Edoardo Oliva: la mia vita nel teatro l’ultima forma d’arte rimasta umana

11 Giugno 2017

L’attore e regista di Montesilvano interprete del successo di Caprò: «Stare in scena è anche un mezzo  per ricomporre le fratture della vita e abbattere le distanze fra razze, classi e generazioni diverse»

«Il teatro è l’ultima forma d’arte rimasta umana». È un concetto limpido, netto, inequivocabile. Che risente delle ore spese in una meticolosa preparazione quotidiana, della costante ricerca antropologica, culturale e storico-sociale che da anni rappresenta la cifra stilistica degli innumerevoli lavori portati in scena da Edoardo Oliva nei maggiori teatri italiani. L’attore, regista e direttore artistico della compagnia pescarese del Teatro Immediato rifiuta etichette, definizioni troppo strette e retorica di genere, convinto che il teatro sia «materia viva e magmatica, un mezzo di socializzazione potentissimo, in grado di inchiodare lo spettatore al “qui e ora” e di ritrovare l’autenticità sul palcoscenico, in quello che è il luogo della finzione per eccellenza». Reduce dal festival “Primavera dei teatri” dedicato ai nuovi linguaggi della scena contemporanea, Oliva ha inaugurato con lo spettacolo “Caprò” di Vincenzo Mambella la riapertura del Teatro Vittoria di Castrovillari dopo 31 anni, portando con la sua regia e interpretazione un pezzo della genuinità della cultura contadina d’Abruzzo fuori dai confini regionali.
Qual è la funzione del teatro nella società di oggi?
Il teatro è occasione di incontro, unione e ascolto. Credo più in un ruolo di socializzazione che in una mera funzione sociale o, peggio, educativa. Non mi piacciono le impostazioni da cattedratico o le parole troppo forti, poiché creano diffidenza nel pubblico. Penso invece che l’arte teatrale sia un mezzo per comporre le fratture del vivere comune, ma anche per abbattere le distanze fra centro e periferia, fra razze, classi e generazioni diverse. L’unico modo per far scoprire la bellezza del teatro è fare cose autentiche, riuscire a trovare l’autenticità nel luogo della finzione per eccellenza. Il mio teatro l’ho chiamato “immediato” perché è focalizzato su una contemporaneità che affonda le sue radici nel passato. Per noi il teatro è come la vita: va capito all’indietro e vissuto nell’attimo, nell’immediato appunto.
Quanto c’è di classico nel suo teatro dell’immediato?
La nostra linea artistica si muove fra tradizione e innovazione, incrociando linguaggi e grammatiche diverse, dal cinema alla poesia e alla letteratura. I temi classici ci sono e non vanno mai persi di vista: in “Caprò” ad esempio ritornano nella definizione dei rapporti all’interno della famiglia, nel senso di colpa e nella responsabilità, nella concezione della divinità che abbandona i mortali al loro destino e nell’elemento dionisiaco perturbante dell’amore. Negli spettacoli i protagonisti sono figure drammatiche del mondo classico, ma nelle quali ognuno è in grado di riconoscersi e di ritrovare la propria identità.
Non teme una chiusura tra il pubblico di fruitori di fascia alta e gli altri cittadini che invece vanno poco a teatro?
Il teatro è nicchia, è concettualmente un’arte che si rivolge a pochi, tuttavia è l’ultima rimasta umana poiché fa a meno del virtuale e della tecnologia. Il Teatro Immediato negli anni è sempre stato attento a intercettare un pubblico eterogeneo, dai giovani alla tarda età. Intorno alla nostra compagnia si è creato un seguito fortissimo che ci ha sempre sostenuto, anche dopo che aver perso il nostro storico spazio in via Gobetti, a Pescara. Purtroppo non disponendo più di una sede fissa non riusciamo a promuovere occasioni di contatto tra le nuove generazioni come avveniva nei laboratori di formazione. Penso sia fondamentale riuscire ad accendere la scintilla nei giovani, perché quando si entra in contatto con la materia viva e magmatica del teatro non la si abbandona più.
Quali sono i suoi punti di riferimento?
Mi sono formato all’Accademia di arte drammatica. Ho incontrato tanti maestri lungo il percorso, ma guardo idealmente al regista Peter Brook, cultore di una forma d’arte pura, di una grandezza che si misura nella pacatezza e nell’umiltà.
Qual è lo spettacolo al quale è più legato?
Glengarry Glen Ross di David Mamet, con il quale è iniziata l’avventura del Teatro Immediato nel 2005, apprezzato e replicato all’infinito. Ma ricordo anche il Napoleone di Kubrick, la cui lettura scenica è avvenuta a Pescara in prima mondiale, di fronte alla vedova. In quell’occasione è stata inaugurata anche la mostra con alcuni cimeli del cinema come il fucile di Full Metal Jacket o la mantella indossata da Tom Cruise in Eyes Wide Shut.
Adesso a che cosa sta lavorando?
Caprò è la prima tappa di una trilogia sulla partenza-erranza, un tema che abbiamo affrontato sganciato dalla retorica dell’emigrazione. Lo spettacolo è stato replicato da Pescara ad Atessa e Gessopalena, adesso anche fuori regione, incontrando il favore di pubblico e critica. Il secondo spettacolo è Gyneceo, scritto da Mambella, diretto da me e interpretato da tre donne: Tiziana Di Tonno, Valeria Ferri e Maria Pia Di Domenico. Manca il terzo lavoro, in fase di elaborazione, ma che sicuramente vedrà in scena me e Mambella insieme. Nel frattempo dal 30 maggio al 4 giugno sono stato a Castrovillari alla rassegna “Primavera dei teatri” in cui attraverso la figura del contadino dell’ottocento Caprò ho mostrato il profilo di un Abruzzo non folkloristico né tipico, ma autentico e genuino, che racchiude in una piccola storia l’universalità dei temi e delle figure della tragedia classica e alcuni filoni della vita moderna.
A che punto è il teatro contemporaneo in Italia?
Deve fare i conti quotidianamente con istituzioni lontane anni luce, distorsioni, finanziamenti azzerati e teatri che chiudono. Tuttavia vive un momento di effervescenza, perché forse proprio nei momenti più cupi si verificano le esplosioni artistiche. Ma per mantenere questa vitalità è necessario evitare la retorica dei temi solitamente trattati, penetrare altre zone non ancora battute e, soprattutto, mantenere sempre un respiro ampio.
E in Abruzzo?
Ci sono tante realtà e un gran movimento teatrale, ma l’Abruzzo non brilla. C’è qualità e passione, ma purtroppo manca ancora una legge di settore. La stessa legge di cui si è dotata la Calabria, dopo anni di battaglie. Noi navighiamo a vista e percorriamo la nostra strada con fatica perché lo dobbiamo a chi ci segue da tanto. Pensi solo che al posto della nostra storica sede in via Gobetti, a Pescara, ora c’è un centro di videopoker.
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