Elsa Morante gigante del Novecento con radici abruzzesi

Trent’anni dalla morte della scrittrice di “Menzogna e sortilegio” e “L’Isola di Arturo”. Suo padre era di Castel di Ieri
di Federica D’Amato
Nata benedetta dal sole accecante dell'agosto, con l'infuocata forza del Leone nel segno e una maledizione maturata in destino: quella di essere poeta. Si potrebbe partire da qui per ricostruire a tappe la tumultuosa vita di Elsa Morante, la scrittrice romana – di misteriose origini abruzzesi – che amava definirsi “poeta”, piuttosto che prosatrice, che con la sua penna ha incantato milioni di lettori in tutto il mondo, portando fino alle estreme conseguenze il disperato tentativo di voler scrivere «l'ultimo romanzo possibile, l'ultimo romanzo della terra».
Esistenza segnata dalla leggenda fin da quel 18 agosto 1912, quando la sua faccia «pallida come quella di una bambola lavata» con «gli occhi celesti cerchiati di nero», vide la luce a Roma nella casa di via Anicia n°7 a Trastevere, nata da Irma Poggibonsi, maestra elementare ebrea di Modena, e da due padri: Francesco Lo Monaco e Augusto Morante. È nello spazio aperto da questi due uomini che si situa sin da subito il mistero della sua vita: a giudicare dalla versione ufficiale, Francesco Lo Monaco avrebbe contribuito a dare a casa Morante una prole – Elsa, e a seguire i fratelli Aldo, Marcello e Maria – di cui il marito di Irma, Augusto Morante, sarebbe stato inabile a causa di impotenza. Mistero indagato dal solerte storico abruzzese Maurilio Di Giangregorio, che nel libro “La famiglia Morante” (2012), attraverso l'analisi di materiali d'archivio, ha proposto l'ipotesi secondo cui Elsa fu davvero la figlia naturale di Augusto, a sua volta nato dall'aquilano Vincenzo Morante di Castel di Ieri e dalla siciliana Antonina Buccola.
Tale ipotesi sarebbe supportata dai dati cronologici: all'età di 32 anni, infatti, Augusto sposò Irma Poggibonsi, di anni 27, a Bologna, dove nacque il primo figlio Mario, morto pochi giorni dopo il parto; da Bologna la coppia si trasferì nella capitale il 20 febbraio del 1912, dove sei mesi dopo nacque Elsa Morante. «Facendo un rapido conto dei mesi», racconta lo scrittore abruzzese Renzo Paris, amico della Morante e sostenitore della scoperta di Di Giangregorio, «sei sono troppo pochi per la nascita in agosto, il 18. Dunque, non avendo ancora incontrato il cosiddetto padre biologico, di chi era figlia la Morante se non del padre vero, o di chi a Bologna ne aveva fatto le veci?». Un rompicapo, su cui Elsa ha tenuto sempre il più stretto riserbo difendendo l'estrema castità della madre, che però non adombra le origini abruzzesi. «A Castel di Ieri», continua Paris, «c'è una targa dedicata alla scrittrice, nella casa dei suoi nonni, dove Elsa, la sorella e la madre tornavano spesso, ma Elsa ci scappava di notte perché non voleva essere vista da nessuno. Una volta, prendendo le distanze dal marito ormai da lei lontano, mi consigliò di abbandonare il ribellismo moraviano e di riappropriarmi della mia origine abruzzese, in qualche modo anche sua». Un bacino di immagini e sangue abruzzesi, dunque, quale fonte genetica dei suoi romanzi? A quanto pare sì, ma con una forza che solo il sacrificio di una vita interamente dedita alla letteratura può trasfigurare in grande arte, e che non ha etnia.
Quest'anno ricorrono i trent'anni dalla morte della Morante, stroncata da infarto il 25 novembre 1985, di cui già si annunciano rituali i convegni e le pubblicazioni celebrative la potenza di un segreto imperscrutabile. Quello che sta dietro i suoi romanzi, da “Menzogna e sortilegio” (1948) a “L'isola di Arturo” (1957), “La storia” (1974) e “Aracoeli” (1982), ma che alimenta anche la sua poesia, in “Alibi” (1958) e “Il mondo salvato dai ragazzini” (1968) – forse il suo libro più bello –, e i racconti de “Lo scialle andaluso” (1963), o l'intensa attività saggistica testimoniata da gioielli quali “Sul romanzo” (1959) e “Pro o contro la bomba atomica” (1965). Carsico segreto che scuote anche le fondamenta della sua esperienza di vita personale, dall'infanzia povera e tragica, alla giovinezza febbrile di scrittura, fino all'incontro, a 29 anni, con lo scrittore Alberto Moravia, che sposa nel 1941 nel segno di un amore totale. L'unione Moravia-Morante ha rappresentato uno dei sodalizi più noti del '900 europeo che li ha visti insieme intimi di intellettuali quali Pier Paolo Pasolini, Umberto Saba, Sandro Penna e molti molti altri. Dopo la loro separazione, del 1961, Elsa ebbe una relazione con il regista Luchino Visconti e a seguire con il pittore newyorkese Bill Morrow, la cui morte, avvenuta nel 1962, segnò in modo indelebile l'amara sorte di una donna avvolta dallo scialle della solitudine, un lutto che la incammina definitivamente verso il degrado dell'età adulta. Ed è tragicamente che la maturità di Elsa Morante s'invera: la vincitrice dei premi Viareggio e Strega, che a ogni romanzo scatenava il demone della lettura dell'opinione pubblica italiana, l'eterna e mancata madre dei memorabili “infelici pochi”, improvvisamente si arrende all'assedio del tempo.
Come ha scritto Cesare Garboli in un bellissimo saggio a lei dedicato, «si può invecchiare restando uguali o simili a se stessi; ma Elsa non ebbe questo non so se privilegio o destino comune: diventò un'altra persona; e smarrì, o uccise in sé, la gioia della sua grazia».
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