Emilia Clarke si confessa sul nuovo numero di Vanity Fair

PESCARA. Una venticinquenne che finisce a letto con tutti gli uomini sbagliati, arriva in ritardo a tutti gli appuntamenti, litiga con la madre (interpretata da Emma Thompson, che è anche autrice...
PESCARA. Una venticinquenne che finisce a letto con tutti gli uomini sbagliati, arriva in ritardo a tutti gli appuntamenti, litiga con la madre (interpretata da Emma Thompson, che è anche autrice della sceneggiatura) e ha un lavoro da elfo in un negozio di articoli natalizi. Si chiama Kate, è la protagonista di “Last Christmas” (dall’omonimo pezzo di George Michael dei Wham!, che firmano tutta la colonna sonora), una commedia romantica in sala dal 19 dicembre, e a darle il volto è Emilia Clarke, la leggendaria Daenerys della serie tv Trono di Spade, che alla rivista Vanity Fair - su cui occupa la copertina del numero in edicola da oggi e allegata in regalo domani con il Centro - spiega l’importanza personale di interpretare questo tipo di personaggio, in questo preciso momento della sua vita. Sullo sfondo, l’episodio che ha svelato solo pochi mesi fa in un saggio sul New Yorker: i due aneurismi cerebrali di cui ha sofferto durante le riprese della serie, e la decisione di tornare, entrambe le volte, subito sul set.
«Prima di fare Il Trono di Spade«, racconta l’attrice a Vanity Fair, «ero in uno stato di caos interiore abbastanza simile a quello di Kate. Ossia, quel momento della vita in cui ti guardi allo specchio e dici:”«E cos’è che dovrei fare di me stessa ora?”. L’età che va dai venti ai trenta è quando ti rendi conto tutto d’un tratto di non essere più un adolescente, ma decisamente neanche un adulto. Ti vuoi divertire e non capisci cosa siano le responsabilità. Mi è piaciuto tantissimo potermi calare nel ruolo di qualcuno che non ha bisogno di avere sempre ragione o di essere saggia, che non ha bisogno di essere bella, può essere incasinata e maleducata, si può annoiare da morire».
Una fase della vita che a lei, nel bene e nel male, è stata negata. «Io sono stata travolta dal peso di avere una grandissima responsabilità verso la serie, ma sentivo anche di essere una giovane donna a cui era stata data una grande occasione. Sapevo che era un onore e un privilegio poter essere lì e non volevo sprecarlo, non volevo distruggere con la foga e la confusione dei vent’anni una cosa così grande. Non volevo deludere gli altri e non volevo deludere me stessa. Il saggio è stato terapeutico, amo scrivere. Ma questo non significa che io non abbia comunque vissuto il lutto di una gioventù non vissuta. All’inizio del mio lavoro pensavo: “Cavolo, dovrei essere lì fuori a divertirmi come gli altri: vento nei capelli, niente responsabilità, libertà totale”».
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