Eni, lo Stato parallelo fra l’Occidente e le terre del petrolio

2 Aprile 2016

L'Eni è uno Stato nello Stato. E’ questa la tesi sostenuta da Alessandro Greco e Giuseppe Oddo nel loro libro “Lo Stato parallelo”, frutto di cinque anni di ricerche. Il volume, pubblicato da...

L'Eni è uno Stato nello Stato. E’ questa la tesi sostenuta da Alessandro Greco e Giuseppe Oddo nel loro libro “Lo Stato parallelo”, frutto di cinque anni di ricerche. Il volume, pubblicato da Chiarelettere (356 pagine, 17,50 euro), ricostruisce il ruolo della maggiore azienda nazionale - quasi 50 miliardi di capitalizzazione in Borsa - nell'economia e nella geopolitica dell'Italia. Non solo all'estero: anche nei rapporti con i servizi segreti, nel finanziamento a partiti e potentati locali, nelle finanza pubblica e nelle politiche occupazionali. “Lo stato parallelo” sarà presentato, il 7 aprile, nella libreria Feltrinelli Duomo a Milano. Ne parleranno, con gli autori, Franco Bernabé, amministratore delegato dell’Eni dal 1992 al 1998, Alessandro Penati e l’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Modererà la discussione il giornalista Massimo Giannini. In quesata pagina pubblichiamo alcuni capitoli del libro.

L’idea di Stato parallelo ha accompagnato la vita dell’Eni fin dalle origini. Fu un’impresa titanica per Enrico Mattei assicurarsi l’accesso alle fonti di energia. L’Italia era uscita sconfitta dalla Seconda guerra mondiale e la sua subalternità agli Usa, la sua condizione di sovranità limitata, le impediva di sviluppare un proprio, autonomo sistema di relazioni internazionali. Per di più l’Eni aveva urtato gli interessi delle potenze coloniali come la Gran Bretagna e la Francia, che la guerra l’avevano vinta.

Mattei capì che, in un ambiente politico competitivo, per non essere distrutti bisognava essere potenti, e sgomitò per conquistarsi un posto al sole, con ogni mezzo. Costituì fondi neri per pagare i partiti, perché stessero alla larga dagli affari dell’Eni. Attuò una linea filoaraba e terzomondista strumentale all’acquisizione di concessioni in paesi ricchi di giaci-menti. Aprì al Pci nel periodo più drammatico della Guerra fredda per agevolare i rapporti commerciali con l’Urss e il dialogo con i sindacati. Sostenne la lotta di liberazione algerina per schiudersi nuovi affari in Nord Africa. Fece dell’Eni un gruppo unico nel panorama italiano. Unico come il suo marchio: un cane a sei zampe che emette una fiammata dalla bocca. I monopoli privati che si erano arricchiti con il fascismo e temevano l’invadenza dell’Eni considerarono Mattei un corruttore. (...) Il gioco grande del petrolio Il disegno industriale di Mattei scaturì da un atto di insubordinazione. Durante la Resistenza, Mattei aveva comandato le formazioni partigiane cattoliche, era stato molto vicino ai capi dello scudo crociato. Cessato il conflitto, sembrava destinato ad alti incarichi nel partito, ma nell’aprile del 1945 il Comitato di liberazione nazionale dell’Alta Italia gli attribuì un ruolo di secondaria importanza: quello di commissario straordinario dell’Agip per l’Italia settentrionale, una mossa per toglierlo dalla scena politica. Il disegno dell’allora ministro del Tesoro era di smantellare l’Agip per lasciare campo libero ai privati di Confindustria nel settore degli idrocarburi. La ritirata dello Stato era caldeggiata anche dagli alleati, che spalleggiavano le «sette sorelle».

Ma Mattei fece di testa sua. Recuperò nella sede romana dell’Agip i documenti che provavano l’efficacia dei sondaggi petroliferi antecedenti la guerra e convinse i capi della Dc e del governo a investire nella società. Da quel momento cominciò a tessere la tela dell’Eni. Fu una lunga battaglia politico-parlamentare quella che portò alla nascita dell’Ente nazionale idrocarburi, con il capo del governo Alcide De Gasperi e il ministro delle Finanze Ezio Vanoni schierati dalla sua parte e don Luigi Sturzo, di idee liberali, che gli remava contro. In realtà Mattei, che dal 1948 sedeva alla Camera sui banchi della Dc, non aveva alcun interesse per la carriera politica, né riponeva fiducia nella capacità di rinnovamento del proprio partito. Pensava che l’impresa di Stato fosse l’unico mezzo per attuare «quelle idee di riforme sociali, di dignità del lavoratore, di sviluppo economico del paese, di perseguimento di una politica estera attiva, che avrebbero dovuto esser messe in atto attraverso la struttura istituzionale prevista dalla Costituzione». E per raggiungere i suoi scopi non esitò ad assumere atteggiamenti populistici fortemente contraddittori. Nel 1947 rese un grande favore a De Gasperi, servendosi del suo carisma per rompere in seno all’Associazione nazionale partigiani d’Italia l’unità delle forze della Resistenza prima delle cruciali elezioni del 1948: mossa che gli assicurò la benevolenza degli americani e che gli consentì di respingere l’offensiva dell’industria privata contro l’Agip. Fino al 1953, anno dell’approvazione della legge istitutiva dell’Eni, Mattei fu anticomunista e filoamericano. Dopo la nascita dell’Eni i suoi interessi mutarono radicalmente e lo trasformarono in un filocomunista-antiamericano, avversario del cartello petrolifero. Ormai proiettato sulla scena internazionale, il gruppo aveva acquisito concessioni, prima in Egitto e poi in Persia, con l’idea che impresa petrolifera e paese proprietario delle risorse operassero assieme, come soci, per sfruttare le ricchezze del sottosuolo.

Il doppio Stato.

L’Eni fu fin dall’inizio elemento di tensione in un paese in cui vigeva il sistema della «doppia lealtà»: quella condizione di doppiezza delle classi dirigenti, divise tra obbedienza allo Stato e obbedienza al Patto atlantico, che trasformava esponenti diprimo piano della politica, dell’amministrazione, dell’industria e della finanza in garanti degli interessi americani nella guerra contro il comunismo. La politica estera dell’Eni, che incontrava l’opposizione dei settori più reazionari, era sempre più disallineata da quella d’oltreoceano. L’Italia avrebbe dovuto restare un paese a sovranità limitata, anche in campo petrolifero; disegno al quale Mattei, con il suo anticolonialismo e il suo antiamericanismo di necessità, era di intralcio. Se Mattei fu l’anima imprenditoriale dell’Eni, dove aveva riversato la sua esperienza di industriale di successo maturata a Milano a partire dagli anni Trenta, Eugenio Cefis ne rappresentò quella manageriale.. Mattei aveva subito l’influenza del cattolicesimo lombardo, aveva trasformato la sua esperienza giovanile di duro lavoro in coscienza politica e desiderio di giustizia sociale, e detestava i potenti che pensavano unicamente ad arricchirsi: sentimenti che influirono sui suoi rapporti con le multinazionali del petrolio.

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