Enrico Melozzi a “Storie”: una vita per la musica. E ora festival shock per l’Abruzzo

Il primo no gli arrivò dritto in faccia dalla maestra Cinzia: «Alle audizioni per il coro della scuola, tutti cantavano Fra Martino. Io cantai un brano dei Bee Hive di Kiss Me Licia: ero sicuro che...
Il primo no gli arrivò dritto in faccia dalla maestra Cinzia: «Alle audizioni per il coro della scuola, tutti cantavano Fra Martino. Io cantai un brano dei Bee Hive di Kiss Me Licia: ero sicuro che ce l’avrei fatta ma non fui preso». Anche il maestro Ennio Morricone, a Teramo per un concerto, non fu un fiume di complimenti: «A 16 anni gli portai un brano e non mi incoraggiò, anzi quasi si arrabbiò». Ma lui la sua decisione l’aveva già presa da un pezzo: «Io volevo fare musica e basta, tutti mi dicevano che ero matto». E comunque, se non fosse andata come poi è andata, c’era sempre il piano B: «Avrei fatto il piano bar, le mie cento carte per campare le avrei guadagnate». Adesso Enrico Melozzi è un direttore d’orchestra che vanta sei partecipazioni al Festival di Sanremo, un compositore, un violoncellista, un produttore discografico e anche un po’ cantante. C’è proprio Melozzi, questa sera alle 21, a “Storie - Le Emozioni della vita”, il programma di Rete8 in collaborazione con il Centro per la regia di Antonio D’Ottavio (repliche il mercoledì a mezzanotte, sabato alle 22 e il martedì alle 13.30). «È giusto perdere le prime battaglie, rinforza lo spirito», dice il maestro dall’aria punk ma che ama Mozart.
La passione per la musica l’ha ereditata dal nonno che era un chitarrista e aveva imparato a suonare da solo. E il nipote all’inizio ha fatto come il nonno: le regole dell’armonia, Melozzi le ha scoperte e apprese copiando centinaia di brani di Bach su un computer Amiga 500. Con quel computer che ha segnato una generazione, gli amici giocavano a Double Dragon, a Tetris e a Sensible Soccer, lui invece ci suonava. Poi, il Conservatorio – «Quasi un servizio militare» – tre lauree e il debutto come direttore d’orchestra all’Auditorium Parco della Musica di Roma con la sua opera su Oliver Twist. Insieme a Giovanni Sollima, Melozzi è stato fondatore del gruppo “100 Cellos”. Poi, l’approdo a Sanremo per accompagnare Noemi in “Sono solo parole”, Achille Lauro in “Rolls Royce”, i Pinguini Tattici Nucleari con “Ringo Starr”, il rock dei Maneskin in “Zitti e buoni”. A febbraio scorso per la sesta volta a Sanremo: ha accompagnato come direttore d’orchestra e arrangiatore i Maneskin, superospiti della prima serata, Highsnob & Hu, Ana Mena e Giusy Ferreri. «Sanremo è l’unica kermesse in cui il direttore d’orchestra diventa protagonista: viene chiamato per nome e cognome e così questa figura entra nelle case. La musica classica, invece, non riesce in questo. Quando sento “dirige l’orchestra il maestro Enrico Melozzi” mi gaso di brutto. E poi l’orchestra è un miracolo: in 60-70 suonano in armonia». Dal palco di Sanremo, Melozzi ha sussurrato: «Forza Abruzzo». «Dietro questa frase c’è un ragazzo che soffre nel vedere la propria terra un po’ abbandonata, rassegnata alla mediocrità mentre io sogno il rilancio dell’Abruzzo. Dietro questa incitazione c’è la mia voglia di portare questa terra ai massimi livelli, a partire dalla musica popolare che è un pozzo di petrolio ma mai utilizzato: per fare grande l’Abruzzo ci vogliono visioni folli che puntano quasi all’irrealizzabilità e la ripartenza deve partire proprio dalla cultura». Fra pochi mesi, in collaborazione con la Regione, Melozzi curerà un festival: «Sarà una proposta shock». E ora il sogno di Melozzi qual è? «Mi fermano e mi dicono “grande” ma a me non sembra di aver fatto qualcosa di importante: il mio riferimento è Mozart e come posso essere soddisfatto per aver diretto un po’ di canzoni a Sanremo? Vorrei creare un linguaggio popolare condiviso da tutti. Però adesso ripartiamo da un’estate di concerti».