Falconi, l’artista che sa trasformare l’ovvio in mistero, la figura in enigma

Pittore di fama internazionale, vive sulla collina di Mosciano: io mi sento ossessionato dal bianco Le montagne di neve che tanto hanno danneggiato l’umile paesaggio teramano mi hanno sconvolto
di Jolanda Ferrara
«Quanto ho dipinto? Tanto quanto ho respirato». Una vita per l’arte, quella di Gigino Falconi. Una moltitudine di disegni, olii, acrilici, e oggi ancora olii, tecnica “ideale” nella sua lunga carriera. L'attaccamento febbrile alla tela, «l'ansia quotidiana di trasformare l’ovvio in mistero». Campiture glaciali, scenari lividi animati da creature fantastiche e sensuali, donne diafane, draghi possenti, serpenti giganti sospesi nel cielo. Amore, erotismo, atmosfere oscure, paesaggi onirici, metafisici. Padrone della perfetta alchimia tra simbolismo e realismo, Falconi ama da sempre comporre i suoi enigmi pittorici per cicli. “Abbracci” è il ciclo concluso di recente, 8 dipinti in forma trapezoidale a formare un polittico ottagonale, una rappresentazione monumentale, realizzata su commissione per abbellire – prima della definitiva collocazione nella dimora del suo mecenate e amico di lunga data, il pedagogista Beppe Lisciani – la volta dei magazzini industriali Lisciani Group, a Sant'Atto di Teramo. «Un grande dipinto raccolto sotto il segno dell'amore», racconta Falconi dalla sua casa studio sulla collina di Montone, a Mosciano Sant'Angelo. «”Abbracci” racconta d’un mondo ideale e vuole rappresentare la pace tra gli umani, obiettivo oggi drammaticamente utopico». Alla pittura unicamente l’artista abruzzese ha dedicato tutto se stesso, diventandone amante appassionato e fedele. Mistero gaudioso e ossessiva ricerca di uno stile «puramente personale».
Maestro, la sua poetica è ispirata dalla grande tradizione pittorica e mette al centro la figura, l’essere umano, il suo sogno. Quanto è contemporanea la tradizione?
Nella grande pittura ho cercato e trovato serenità, sempre nuovo entusiasmo. Il solo pronunciare uno per uno i nomi dei miei grandi amori mi fa capire di essere nel giusto. I fiamminghi Van Eyck, Van der Weyden, Memling, Bosch, Bruegel. Il genio di Amsterdam, Rubens. E poi Rembrandt, Vermeer. I Preraffaelliti e i simbolisti nordeuropei dell’Ottocento, Boecklin, Blake, Fuessli, Moreau, il romantico tedesco Friedrich. L'arte di costoro mi ha illuminato guidandomi nella ricerca della mia personale identità. Ho capito che l’arte non ha bisogno di mode nè di rivoluzioni, ma di studi e approfondimento. Le mode, che ho sempre evitato, sono nocive all’arte. Uno dei più grandi innovatori è stato Caravaggio, che ha apportato nuovo impulso, una luce drammatica, metafisica.
Negli ultimi tempi il suo lavoro è sempre più spesso celebrato in Italia e all'estero, eppure i continui riconoscimenti non sembrano distrarla dal disagio che dice di nutrire per la “follia che sta uccidendo la pittura negli ultimi anni”.
Non c’è niente da gioire, lo ribadisco. Di fronte alla mistificazione di valori che investe il mondo contemporaneo, il riconoscimento mi interessa molto relativamente. In questo momento di grande confusione mio principale interesse è lasciare un segno pittorico del mio passaggio terreno, ed è mia premura mettere insieme un certo numero di quadri per poter ricostruire la mia esperienza artistica.
Cosa è accaduto nell’arte?
«Sono mutati i canoni di valutazione per giudicare un autore. In passato le botteghe d’arte vagliavano i giovani promettenti, oggi ci sono più o meno le scuole pubbliche dove l'insegnamento è lasciato un po’ al caso e alla burocrazia scolastica. Non ci sono più i grandi maestri a insegnare e si è diventati un po’ tutti autodidatti cercando risposte tra i grandi del passato e del presente. La difficoltà però è capire chi realmente possa essere il riferimento. Gli ultimi anni sono stati folli perché in arte si è vista sempre meno pittura, e io mi sento sempre più pittore.
Lei racconta di aver iniziato a dipingere a 16 anni. Come ricorda gli inizi?
Molto difficoltosi. Non riuscivo a trovare la mia strada perché attratto, e non distratto, dalle due tendenze predominanti del figurativo e dell’informale internazionale. Negli anni Cinquanta avevo abbracciato quest’ultima e stavo arrivando alla tela bianca “monocroma”, ma mi sono accorto che stavo buttando tutto all’aria, mi annoiavo e sentivo forte il desiderio di una svolta. Sono ricorso alla storia dell’arte per capire e ho cercato i maestri. Ho iniziato con l’arte nordica, ma non so dire se mi sento un pittore nordico, questo rientra negli arcani dell’arte. Mi sento però apparentato con certi autori che mi hanno fatto capire la grande arte. Penso a Michetti come a mio nonno, Caravaggio come un padre, Raffaello un figlio, lo svedese Hammarskjold come una mia vita precedente.
Nel suo immaginario soggetti privilegiati sono da sempre la natura, il paesaggio, la donna, il sogno, l'enigma.
Nei miei quadri deve esserci tutto ciò che è bello. Il vero pittore deve dipingere tutto quello che lo circonda, sublimandolo. Nella velocità con cui viviamo non ci accorgiamo del mistero del reale. Negli ultimi anni l’Abruzzo e anche i tanti viaggi mi hanno fatto capire che il paesaggio poteva da solo essere protagonista di un dipinto, mentre fino ad allora l’avevo usato come sostegno ai miei dipinti di umanità. Ho un concetto alla base di tutto: la mia ansia è quella di trasformare l'ovvio in mistero. In questo mi è venuta in aiuto la metafisica di certi autori: Fuessli, Boecklin, Moreau, Magritte, Delvaux, i miei più grandi amori di oggi.
Guarda ancora al paesaggio abruzzese con la stessa ispirazione, alla luce dei terribili eventi naturali accaduti di recente?
Il terremoto mi ha fatto sempre pensare alla precarietà, umana e dell’arte. Le grandi nevicate hanno creato uno scenario pittorico inusuale, altamente drammatico eppure suggestivo. Van Gogh era affascinato dal giallo, Cézanne dal verde, Braque in punto di morte chiese di vedere un suo dipinto blu, il colore da lui sempre inseguito. Io mi sento ossessionato dal bianco. Di fronte a quelle montagne di neve che tanto hanno danneggiato l’umile paesaggio teramano, sono rimasto sconvolto. Quella coltre bianca ha creato un paesaggio spettrale, che ha aggiunto ulteriore valore drammatico alla mia pittura. Nei miei quadri dominano due tonalità che non sono nemmeno considerate colore, il bianco e il nero. Voglio aggiungere che quella coltre bianca ha come ricoperto in maniera pietosa la precarietà del territorio, nascondendo il disastro già provocato dal sisma. Tutto quel bianco inoltre mi ha fatto immaginare di dipingere un grande nudo di donna. Dall'incarnato eburneo, rinforzato da campiture nere, con le sue colline, vallate, boschi, precipizi. Tragico e sensuale.