Faraone, il potere della fame «Dalla terra alla fabbrica così abbiamo sconfitto la crisi»

In un libro la storia di due fratelli ex agricoltori diventati imprenditori a Tortoreto «Saper delegare e dare fiducia al lavoratore sono elementi determinanti...»
Dalla tradizione contadina all’innovazione industriale: è il tema di un libro dal titolo che è tutta una storia, “Il potere della fame”. Il volume (160 pagine, 13 euro, Idrovolante) racconta la storia di due fratelli di Tortoreto, Piero e Sabatino Faraone, nati e cresciuti nel modo contadino, prima di inventarsi imprenditori. Il libro, scritto da Rosalinda Cappello, storica e giornalista siciliana, è la storia dell’azienda, fondata 40 anni fa, che produce balaustre, scale, pensiline, box doccia e tetti scorrevoli, che porta il loro cognome; ma anche del modo in cui i faraone hanno affrontato e vinto la sfida della crisi, affidandosi a un’idea di impresa che ricorda quella di Adriano Olivetti della comunità di vita oltre che di lavoro. Pubblichiamo in questa pagina un estratto del libro.
di Rosalinda Cappello
Piero Faraone, dunque, si ispira maggiormente a questa personalità (quella di Adriano Olivetti, ndr), a quest’operato, oltre che all’esempio del fratello. La sua scrupolosa attenzione alle esigenze di coloro che lavorano con lui, il suo riconoscimento della connessione dei traguardi e dei miglioramenti dell’azienda con il loro benessere vengono da qui. A raccontarlo alcuni dettagli, come la presenza di una cucina interna allo stabilimento—dove una cuoca ogni giorno prepara cibo genuino per tutti— e l’orario di lavoro—dalle sette e trenta alle sedici, con un’interruzione di circa un’ora per il pranzo— pensato per conciliare le esigenze dell’impresa con quelle del lavoratore che, in tal modo, ha il resto della giornata a disposizione per la sua vita privata. Piero è convinto che le gratificazioni e il coinvolgimento nel successo dell’azienda producano un circolo virtuoso, grazie al quale tutti operano con l’orgoglio di sentirsi parte integrante di un progetto e con il massimo impegno, dando il meglio di sé, senza pensare al lavoro solo come a un dovere da svolgere, magari in apnea e controvoglia, per portare a casa un magro stipendio a fine mese.
«La fatica e i sacrifici così si avvertono in misura minore», mi racconta durante la nostra chiacchierata, confidandomi anche il suo fare affidamento sul lavoro di squadra e sulla capacità di demandare: «Saper delegare e dare fiducia al lavoratore sono elementi determinanti, che consentono anche a noi imprenditori di condurre un’esistenza dignitosa, fatta non soltanto di lavoro ma di esperienze da vivere e di passioni da coltivare».
Tra quelle di Piero ci sono il buon cibo, il mare, la montagna, i viaggi—soprattutto la libertà dei confortevoli itinerari vissuti in camper, alla scoperta di posti nuovi, nella cui bellezza immergersi e dai quali assorbire la cultura—e l’amore per i quadri. La sua casa ne è piena, perfino nei bagni se ne trovano appesi alle pareti. Ne possiede decine e decine. Ce ne sono 100 anche nel suo ufficio. Non sempre sono opere di artisti famosi, ma sono dipinti che lo colpiscono quando va in giro, in Italia e all’estero. «La scelta di un quadro per me è come un colpo di fulmine».
Lo spirito di squadra e la condivisione degli sforzi che si respirano in fabbrica hanno il sapore antico di quella collaborazione e di quella solidarietà che si trovava in campagna quando si mieteva il grano e tutti, anche i braccianti delle campagne vicine, arrivavano per aiutare la famiglia impegnata nella raccolta, sapendo che la volta successiva anche loro avrebbero ricevuto un aiuto.
«È la mia matrice contadina che me lo ha insegnato: condividere e non distinguere tra capo e dipendente, voler stare bene assieme agli altri. Un gruppo che funziona, così come l’innovazione, lo sviluppo, il legame e valorizzazione del territorio e degli individui, sono gli ingredienti fondamentali che hanno permesso alla nostra azienda di crescere— afferma Piero -. È importante creare l’humus per far stare a proprio agio chi lavora. L’imprenditore non dovrebbe sentirsi al di sopra, ma essere in mezzo alle cose e agli uomini, non dovrebbe mantenersi nelle retrovie, limitandosi soltanto a comandare e a mandare avanti gli altri. Un imprenditore deve saper ascoltare i propri collaboratori, conoscere le loro esigenze, riconoscere che cosa serve loro perché possano svolgere al meglio il loro compito e metterglielo a disposizione.
Deve capire come vivono e che non esiste soltanto il lavoro. È in questo che consiste il suo ruolo sociale: creare occupazione, sì, ma anche le condizioni per il benessere dei lavoratori… piuttosto che nuovo lavoro per gli psicologi… Bisognerebbe guardare all’esempio di gente come Olivetti e Borghi, o Brunello Cucinelli e altri, oggi, meno visibili perché non hanno disponibilità economiche tali da poter investire per pubblicizzarsi, però altrettanto illuminati. Uomini anche come quel Giovanni Borghi, penultimo dei figli di un elettricista, nato a Milano nel 1910, che sarebbe diventato uno dei più grandi imprenditori dell’Italia del miracolo economico, uno degli artefici della fama e dell’apprezzamento del made in Italy nel mondo.
Quel Borghi che, nel ’43, dopo la distruzione, a seguito di un bombardamento, del laboratorio in cui il padre costruisce fornelli elettrici, lascia la città con la famiglia alla volta di Comerio, vicino a Varese, dove in un laboratorio fabbrica fornelli per gli italiani sfollati. In una decina d’anni diventa Mister Ignis—si chiama così la sua azienda—e riesce ad arrivare a costruire uno stabilimento in cui lavorano duecento operai, in un crescendo che lo porta a produrre un elettrodomestico ogni otto secondi di lavoro, con un fatturato annuo di 40 miliardi di lire, diecimila operai, esportazioni in ottanta Paesi, e stabilimenti da Varese al Centro-Sud, dall’Italia al Sudamerica. Un successo inarrestabile per il cumenda—capace di cogliere le trasformazioni economico-sociali in atto nel Paese, andando incontro ai bisogni dei consumatori con la produzione di elettrodomestici in grado di migliorare notevolmente la vita quotidiana delle famiglie—che culmina con la decisione di produrre anche in Italia i frigoriferi».
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