Ferlinghetti, compie 100 anni il Ragazzino della poesia Beat

Il 24 marzo lo scrittore di A Coney Island of the Mind gira la boa del secolo Le visite a Pescara con Gregory Corso nel 1989 e per il Premio Flaiano nel 1998
L’ultimo dei Beat ha 100 anni. Il 24 marzo, il poeta americano Lawrence Ferlinghetti compirà il primo secolo di una vita iniziata a New York in una famiglia mista: il padre, Carlo, italiano di Chiari in provincia di Brescia, la madre Lyons Albertine Mendes-Monsanto, di origini francesi, ebree sefardite e portoghesi.
L’autore di A Coney Island of the Mind, la raccolta di versi che lo rese famoso nel 1958, era nato con un altro cognome, Ferling, che, insieme con il suo fisico allampanato e gli occhi azzurri lo aiutava a nascondere le origini italiane. Come tanti emigranti italiani prima e dopo di lui, Carlo Ferlinghetti aveva americanizzato il suo cognome per rendere meno duro l’impatto con una società che, agli inizi del Novecento, era ancora dominata dai Wasp, gli anglosassoni bianchi e protestanti. Lawrence scoprì di chiamarsi Ferlinghetti solo al momento di presentare i documenti per arruolarsi nell’esercito. Ma, nel frattempo, la sua vita era cambiata radicalmente.
Rimasto presto orfano, fu affidato a una zia che viveva in Francia. Poi, di ritorno in America, presa una laurea alla Columbia University di New York, decise di inseguire il sogno di una vita diversa mettendosi sulla strada che portava sull’altra costa, in California, a San Francisco dove, trovata moglie, avrebbe aperto, nel 1953, una libreria e una casa editrice chiamata City Lights in omaggio a Charlie Chaplin, un altro emigrante nella nazione degli emigranti.
La sede della City Lights diventa presto una sorta di casa-madre di quei giovani scrittori ribelli e anticonformisti ai quali la critica avrebbe appiccicato l’etichetta di Beats: Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William Burroughs, Michael McClure e Gregory Corso, solo per citare i più famosi.
E’ con Corso, italo-americano come lui, ma tanto diverso sia fisicamente (bruno, basso nero di occhi e capelli) che caratterialmente (impetuoso e istintivo quanto lui è pacato e distaccato) che Ferlinghetti fa tappa, per la prima volta, in Abruzzo, trent’anni fa. L’occasione è, nell’ottobre del 1989, un convegno internazionale su “D' Annunzio e i poeti di oggi”, all’università D’Annunzio di Pescara. Con loroci sono gli scrittori italiani Maria Luisa Spaziani, Piero Bigongiari.
Come un docente paziente e secchione, Ferlinghetti tiene la sua lezione su D’Annunzio e altri grandi come Dante e Petrarca. Corso parla sopratutto di San Francesco. Fra di loro, sguardi più che parole, come se appartenessero a universi distanti anziché allo stessa piccola brigata di incendiari che avevano messo in subbuglio la repubblica americane delle lettere fra la fine degli anni Quaranta e la metà degli anni Sessanta.
Torna a Pescara nove anni dopo, nel 1998, Ferlinghetti. Questa volta per ricevere il Premio Flaiano per la poesia con la raccolta “Fiumi di luce”. In una saletta dell’Hotel Carlton parla dei suoi versi, recitandone alcuni. Sempre con quell’aria distante e un po’ spaeasata da professore alle prime armi. Non era cambiato dai tempi eroici della Febbre dell’oro della nuova letteratura, un oro cercato e (a volte) trovato sulle sponde del Pacifico, nella sua San Francisco. Anche a quei tempi lui era quello che si vestiva a modo, teneva i capelli corti: «Dovevo essere a posto e in me per mandare avanti tutto e aprire ogni mattina la libreria». Ma è lui, il borghese Ferlinghetti, che vede chiaro quando ascolta Allen Ginsberg recitare «Howl» (Urlo) e gli chiede il testo per stamparlo, cosa che gli costerà un arresto e processo per pubblicazione oscena nel 1956, da cui fu assolto difendendosi da solo davanti al giudice che gli riconobbe libertà di parole e di stampa. E’ sempre lui che, alla boa del secolo di vita, ha annunciato la pubblicazione di un libro “Little Boy” (Il Ragazzino), che segna il suo ritorno alla scrittura in prosa a 59 anni dal debutto nella narrativa con “Her”.
“Little Boy” è lungo monologo interiore con pochissima punteggiatura, uno scorrere impetuoso di parole ora liriche ora razionali, tra sogni, riflessioni, ricordi, confessioni, citazioni da Dante a Flaubert e dal Joyce di «Finnegans wake». Un nuovo inizio per un Ragazzino di cento anni.
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