Fervevano i preparativi della guerra di fine estate

29 Giugno 2019

L’incipit del primo capitolo del volume sulla saga della Dinastia segreta dell’antica Roma

Fervevano i preparativi per la gara di fine estate in una spiaggia a meridione di Tarquinia. «Non puoi mostrare chi sei, amico mio. Devi lasciare da parte l’orgoglio come faccio io.» Si erano allontanati dal trambusto, avvicinandosi alla battigia, e gli parlava con voce sommessa, accarezzando il pelo lucido. «Siamo qui per perdere, amico mio. Questi sono gli accordi. Tu sai quanto è difficile anche per me. Ma abbiamo compiuto il primo passo. Se ci hanno ammessi qui, verrà il giorno in cui ci faranno gareggiare veramente. Dobbiamo attendere quel giorno, ma oggi sarà bene arrivare ultimi.» Sospirò.
«Parlo a lui per convincere me, non ci faranno gareggiare mai.» Rivolse lo sguardo all’orizzonte e vide segni favorevoli. Si sarebbero potuti piazzare bene, fare bella figura. Un acuto riso femminile sovrastò i flauti e le voci concitate di cavalieri e stallieri. Al limitare della macchia era giunto un carro coperto, seguito da un altro con i servi e i flautisti. I servi allestirono una pedana, cinque ragazze scesero, eccitate e ridenti, accompagnate dalla musica. Tutti le guardavano dalla spiaggia. L’ultima evitò la pedana e saltò a terra, tenendo con le mani le falde del copricapo. Tanaquil, dei principi Silqetenas. I boccoli le rimbalzarono scomposti sulle spalle e si impolverarono le scarpette ricamate d’oro. Rideva, contenta della prodezza, il suo riso era un tintinnio di vetri sottili. Guardandola lui si sentì cosciente come non mai della propria condizione di inferiorità. Bella come Afrodite, pensò, ma di sicuro più elegante, e noncurante dell’acconciatura preziosa, che a qualcuno è costata lacrime e sangue. Ma che ne può sapere di lacrime e sangue una come lei… Non aveva mai avuto l’occasione di parlarle. Era un’indovina, una delle donne più stimate, apparteneva a una famiglia potente; il padre, il principe Silqetenas, concludeva affari con lui solo al porto, non lo aveva mai ricevuto nel palazzo a Tarquinia. Stavolta la principessa lo colpì profondamente, tanto sicura dei suoi privilegi e della stima di cui era oggetto, da permettersi di fare la spiritosa in pubblico.
Si diceva che il padre l’adorasse per l’animo intrepido e non prendesse iniziative senza il suo parere. In quel momento lei diventò il simbolo di tutto quello che gli negavano. Era lì solo per amore dello spettacolo, come tutta la sua razza superba, o per uno dei cavalieri? Nemmeno si sarebbe accorta di lui, che era stato inserito all’ultimo momento, e solo perché uno dei concorrenti si era fratturato tre dita. Si trattava comunque di un favore particolare che sarebbe costato molto, e non solo in oro: per l’onore di gareggiare coi principi aveva dovuto promettere di non farsi notare, né per bravura né per equipaggiamento, umiliando se stesso e il suo cavallo. E d’altronde la gara non aveva niente di ufficiale, era organizzata dagli stessi concorrenti, che dettavano le regole e avevano deciso di ammetterlo, bontà loro, solo grazie alla sua elargizione speciale. Tra le signore e i cavalieri, impegnati nei preparativi, ci fu uno scambio di convenevoli da lontano, ma nessuna salutò lui, o mostrò di averlo notato. Gli giunse solo una folata di profumo prezioso: lo conosceva bene poiché lo importava da Cipro. Valeva il doppio del suo peso in oro, e le principesse se ne erano cosparse senza risparmio. I servi al seguito tagliarono alcuni cespugli e aprirono gli sgabelli all’ombra dei pini, in un punto rialzato della spiaggia da cui si poteva scorgere quasi tutto il percorso della gara, ma al sicuro dai possibili incidenti. Loro presero posto con un gradevole cicaleccio. Erano un bello spettacolo. Le vesti colorate creavano un forte contrasto col verde cupo della boscaglia alle spalle. Soprattutto su di lei, che aveva ripreso l’atteggiamento altero consono alla sua posizione, continuava a farsi domande e a chiedersi se fosse interessata a uno in particolare dei suoi avversari. Chiunque fosse lo odiava. Infine ebbe la risposta, le amiche cominciarono a parlottare e a farle cenni quando giunse il principe Murinas su un carro da guerra; legato alle sponde lo seguiva il cavallo con cui avrebbe gareggiato. Era l’unico giunto sul carro, e ne aveva il diritto: per quanto fosse molto giovane, già aveva guidato una fortunata spedizione contro una piccola città che voleva rendersi autonoma. Poteva ben essere ritenuto un condottiero. Il principe si alzava prima dell’alba e si esercitava tutto il giorno con le armi; veloce e scattante, non mostrava un filo di grasso addosso, solo muscoli. L’auriga al suo fianco era il favorito, ancora imberbe, dai folti riccioli biondi.
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