«Fu per un pranzo in fattoria che noi della Pfm e De Andrè ci fondemmo in una magia»

Il bassista della Premiata Forneria Marconi racconta l’incontro con Faber che diede vita ai concerti di 40 anni fa e al disco entrato nella storia della musica
Un brano, un concerto, un’incisione possono passeggiare a testa alta dentro la storia della musica. Il segreto è l’immutata giovinezza dell’idea, dell’esecuzione. Quarant’anni possono essere interminabili oppure passare in un soffio. Chissà se gli artefici di quel disco e di quei concerti di quel lontano (e vicinissimo) 1979 avrebbero immaginato che il riarrangiamento di canzoni d’autore arricchite da sonorità rock avrebbe raccontato a distanza di tanto tempo una stagione felicissima della musica italiana. Da un lato un poeta della musica come Fabrizio De André, dall’altra una potenza del rock come la Pfm (Premiata Forneria Marconi). Risultato straordinario. Ma come è nato tutto ciò?
Lo abbiamo chiesto a uno degli artefici della Pfm, Patrick Djivas, il bassista. Nel 1979 di quel gruppo facevano parte l’abruzzese di Pratola, Franz Di Cioccio (batteria, percussioni, marimba, crotali), Franco Mussida (chitarra e voce), Flavio Premoli (tastiere, chitarra, voce, fisarmonica), Lucio Fabbri (violino, percussioni) e Roberto Colombo (tastiera, sintetizzatore, chitarra acustica, voce, percussioni).
Djivas, quaranta anni sono passati, ma quel disco e quella tournée sono ancora oggi i dischi tra i più ascoltati sul web e non solo. Come nacque l’idea?
«Per caso, perché andammo a suonare vicino a casa di Fabrizio in Sardegna nell’estate del 1978. Lui venne a vederci, ci conosceva. Alcuni della Pfm avevano già suonato nella “Buona novella” in sala di registrazione. In quel periodo Fabrizio aveva quasi smesso di fare questo mestiere, ormai era diventato un contadino, aveva comprato questa fattoria. Si era un po’ allontanato dal mondo della musica. Era un tuttologo e faceva le cose fino in fondo. Quella sera si fece accompagnare da un suo amico, un pastore sardo, perché non aveva la patente. Poi passò nel camerino e ci invitò il giorno dopo ad andare a casa sua a pranzo. Siamo andati e abbiamo trascorso un bellissimo pomeriggio. A un certo punto del pomeriggio ci disse testualmente: “l’unica cosa che potrebbe convincermi a tornare a fare musica live sarebbe avere un gruppo come voi”. Questa cosa ha fatto ragionare Franz Di Cioccio che disse: “facciamola”. All’inizio venne osteggiata da tutti. Nessuno appoggiava l’idea. Invece alla fine Faber ha deciso di farlo perché era un po’ bastian contrario. Quindi è nato tutto per caso».
Il rapporto con De André fu semplice oppure vi furono momenti di incomprensione?
«Da un punto di vista artistico non c’è stata incomprensione, ma lui non era consapevole di ciò che stavamo facendo. In concerto, era seduto davanti a dei monitor e c’erano la sua chitarra e la sua voce a volume altissimo. Quindi, non si è mai reso conto di ciò che succedeva alle sue spalle. Certo, dalle reazioni del pubblico, capiva che stava andando bene. Finché siamo andati in sala di registrazione e abbiamo messo su “La canzone di Marinella”, abbiamo tirato su le piste e lui ha sentito per la prima volta l’arrangiamento».
Che impressione gli fece?
«Rimase colpito e sorpreso. Esclamò “Ma questo è quello che suonavamo?”. Rimase incantato, non aveva percepito fino in fondo. Volevamo fargli ascoltare anche altro, ma lui ci bloccò. “Non mi voglio rovinare la sorpresa, ascolterò tutto insieme alla fine”. Conoscendo Fabrizio è una cosa quasi incredibile. Lui era un rompiballe artistico pazzesco, era capace di litigare con un fonico per ore per il suono di un charleston. Con noi non ha voluto sapere niente».
Che accadde dopo?
«Ebbe il merito di liberare i cantautori dalla paranoia di aggiungere musica buona alle loro parole. In più Fabrizio ripartì a velocità cosmica a fare il musicista, ma lo diventò a 360 gradi. Ha saputo diventare arrangiatore, produttore di se stesso. È diventato l’artista italiano più completo in assoluto».
In quale canzone di De André vi riconoscete maggiormente?
«In realtà, ultimamente abbiamo riascoltato il primo e il secondo disco, per ritrovare le giuste sonorità e fare un concerto molto vicino al modo di suonare di quei concerti di 40 anni fa. Ci siamo resi conto che ogni brano è un piccolo capolavoro. Ci sono le giuste dosi di ogni cosa: musica, sonorità, inventiva. Ci sono brani come Marinella più vicini a noi, o più lontani come “Un giudice”, con la fisarmonica, tra mazurka e rithm&blues. Siamo riusciti a tirare fuori il nostro eclettismo».
Come vi organizzaste per gli arrangiamenti?
«Noi amiamo tutta la musica e poi all’epoca, essendo cinque persone, ognuno metteva qualcosa di suo. Gli arrangiamenti li abbiamo divisi tra di noi. Io, Franz e Flavio abbiamo lavorato separatamente. Questo è stato uno dei fattori che ha fatto sì che il disco riuscisse bene. Franz ha messo in primo piano la chitarra, io il basso e la ritmica, Flavio il piano e la fisarmonica. È un disco vario e pieno di musica adatta alle canzoni di Faber. Siamo stati attenti a non fare la Pfm, ma i musicisti della Pfm che arrangiano la musica di un artista come Faber».
Quale invece il brano della Pfm che lui amava particolarmente?
«Lui non li conosceva molto bene. Gli piaceva il nostro approccio con la musica, si era reso conto che non molliamo un arrangiamento finché non c’è eccellenza assoluta; è la ragione per cui, al di là dei brani e dei dischi riusciti, c’è sempre qualcosa che ti colpisce. Dietro c’è una grande ricerca e Faber l’ha apprezzato perché anche lui era così. Si preparava in un modo incredibile. Era preparatissimo».
Torniamo a quel pranzo, che atmosfera c’era?
«Voleva fare il contadino e lo è diventato, riusciva a far crescere cose dalla terra come nessuno. Di quel giorno ricordo l’atmosfera dell’aia, quelle scene che si vedono nei film come le tavolate in un giorno di sole, con i pastori amici suoi che lavoravano nella fattoria. Abbiamo cantato a cappella Marinella mescolandola con Impressioni di settembre. Che divertimento! Lui era una persona molto simpatica, allegra, divertente, colta. Era l’uomo degli estremi, o lo amavi o lo odiavi: grande senso di humour con battute sagaci e intelligenti. Quel che ancora oggi colpisce molto di lui, e questo grazie anche a Dori Ghezzi, è che a 20 anni dalla sua morte sembra un artista contemporaneo. La musica che ha scritto la ascolti in qualsiasi momento».
Faber disse: “E la Pfm mi risolse il problema, dandomi una formidabile spinta verso il futuro. La tournée con loro è stata un'esperienza irripetibile perché si trattava di un gruppo affiatato con una storia importante, che ha modificato il corso della musica italiana. Ecco, un giorno hanno preso tutto questo e l'hanno messo al mio servizio”. Cosa le suscita una frase del genere pronunciata da De André?
«Fabrizio non si nascondeva mai dietro le parole, diceva sempre quello che pensava, a volte fin troppo. Ha detto una cosa meravigliosa. In quel periodo aveva anche un problema con la casa discografica, doveva fare un disco per contratto e non voleva. Allora era più famoso per “La canzone di Marinella” interpretata da Mina che per le sue canzoni di nicchia. Non era un artista popolare, poi è diventato superpopolare. In ogni brano abbiamo cercato di preparare una scena, un fondale in modo che la sua voce, quando entrava, fosse una sorpresa ma anche una conferma. Poi dal vivo era molto bello, perché i nostri pubblici non erano d’accordo e il nostro ancora meno perché ci eravamo prestati a suonare per un cantautore. Invece, quando partivano quelle introduzioni musicali e arrivava la sua voce era sempre un gol, a ogni pezzo un applauso».
Esiste oggi un cantautore che possa almeno lontanamente far pensare a De André. O ancora più semplicemente, se doveste scegliere un cantautore con il quale incidere un disco, chi sarebbe?
«Ne conosco solo uno ed è Georges Brassens, il mentore di Fabrizio, un cantautore che lui adorava e di cui parlavamo sempre. Quello che colpisce dei due è la quantità di canzoni. Non ce n’è una più bella dell’altra. Come i Beatles, una più bella dell’altra».
Il vostro tentativo di unire la musica dei cantautori con il rock, inizialmente osteggiato, aprì in realtà un fronte nuovo. Arrivò Guccini con i Nomadi e i puristi dovettero desistere. Non vi sentite, anche per questo, un po’ parte della storia della musica?
«Ce lo dicono costantemente che siamo parte della storia della musica. Noi non abbiamo questa percezione, siamo molto umili, siamo musicisti, non artisti, che suonano per questa Pfm che è una entità che chiede il massimo da te e non perdona niente e nessuno. Siamo abituati. E poi è chiaro che in questo caso abbiamo regalato all’Italia 20 anni di De André e forse non sarebbe accaduto se quel giorno non fossimo stati a pranzo a casa sua».
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