Fuga dal dopo terremoto dell’aquilano Valentini tra amore e disincanto

In “L’estate non è tutto”, seguito della sua opera prima l’autore fa i conti con il passato traumatico e la nostalgia
Valerio Valentini, giornalista collaboratore di varie testate nazionali, si è fatto apprezzare anche quale narratore tre anni fa esordendo con Gli 80 di Camporammaglia (vincitore del premio Campiello Opera Prima nel 2018), romanzo di ambientazione tutta aquilana, città dove è nato nel 1991. Piacquero di quel libro la ormonalità con cui si narravano i primi 18 anni di vita dell’Autore fino al conseguimento della maturità classica a poche settimane di distanza dal terremoto del 6 aprile 2009.
Il nuovo romanzo appena arrivato in libreria Però l’estate non è tutto riparte da dove finiva Gli 80 di Camporammaglia: il protagonista Vittorio, omologo dell’Autore Valerio, decide, con l’(adiuvante) opposizione della famiglia, prima tra tutti della madre doverosamente da contraddire, di scapparsene a studiare a Trento «il più lontano possibile», iscrivendosi a Giurisprudenza perché, grazie a Dio, all’Aquila Giurisprudenza non c’è. A far da propellente per tale scelta concorre il fatto che la problematica Silvia, con la quale ha da poco avviato la sua prima storia d’amore, è capace di riversare in essa un’instabilità e un malessere tali da far desiderare di ossigenarsi altrove; tra l’altro lei sta anche avviandosi a tradirlo col migliore amico di lui e non basta, vogliono pure la sua benedizione, i due fedifraghi. Ma soprattutto Vittorio non ce la fa a reggere la mitizzazione di una città terremotata, manco prima fosse il paradiso terrestre, specie per la categoria degli studenti universitari, «dimenticandosi degli affitti rigorosamente a nero, dei trasporti pubblici inesistenti (con autobus che seguivano itinerari illogici per nove mesi l’anno, mentre da giugno a settembre, con le scuole chiuse, molte corse venivano semplicemente soppresse), di sale studio senza riscaldamento, di impianti sportivi inutilizzabili. Fiumi di parole»… sull’Aquila bella me’. È Valentini attratto dalla disarmonia? Sì, rifugge dall’apparente armonia commemorativa, imposta come un mantra dal post-terremoto; non ce la fa più a leggerne l’ora “3.32” nel logo di un comitato, o sulle confezioni di “salumi e formaggi tipici”. Ma sotto sotto Vittorio/Valerio, cronista di tanta verità, ha bisogno di mostrarsi, a tutti e soprattutto a sé, caustico per non apparire romantico; di praticare il disincanto come antidoto alla nostalgia. In verità l’Aquila gli scorre nelle vene (con troppe parole la “attacca”, per non leggervi affetto); se la porta dietro ovunque vada e ci torna pure, durante gli studi, magari per cercare nella contratta vita d’una città semidistrutta la conferma d’aver fatto bene a scapparsene. Conferma che gli arriverà, ma non come se l’aspettava; in modo lacerante, col riemergere dal passato di qualcosa - che si lascia ai lettori di scoprire - capace di spalancargli davanti un baratro nel quale capirà d’essere stato anche lui sul punto di cadere. E imparerà una nuova, matura lezione dalla sua ex realtà: in qual modo si è fragili non lo s’impara mai (se non nelle limitate occasioni in cui s’è fatta esperienza della propria fragilità e solo in esse); ci salviamo a caso, senza merito, per aver frapposto una distanza tra noi e ciò che neppure pensavamo di dover distanziare.