Furti e falsi, i carabinieri a caccia dei tesori

Un libro del generale Roberto Riccardi racconta le rocambolesche storie di capolavori rubati e ritrovati dall’Arma
«Se non ci fosse stata l' indagine che nel 1998 a due mesi dal furto permise di recuperare e rimettere al suo posto Il Giardiniere di Van Gogh oggi il visitatore della Galleria Nazionale d' Arte Moderna di Roma si troverebbe davanti a una parete bianca. Non fu solo un grande risultato per la cronaca giudiziaria ma una conquista che ha restituito al mondo un bene meraviglioso».
Il generale dei carabinieri Roberto Riccardi riassume così il senso del lavoro che in 50 anni ha portato il Comando Tutela Patrimonio Culturale a un livello di eccellenza che tutto il mondo invidia all'Italia.
In mezzo secolo i «segugi» dell’Arma hanno salvato centinaia di migliaia di beni, dal piccolo crocifisso di una chiesa di paese, ai buccheri e ai cocci saccheggiati dai tombaroli nelle necropoli, ai capolavori rubati in musei, edifici pubblici e abitazioni private. All'attività silenziosa della squadra di specialisti fondata nel 1969, Roberti, che a settembre assumerà la guida del Comando, dedica il volume «Detective dell'arte» (Rizzoli, 235 pagine, 18 euro), pensato proprio per festeggiare questo compleanno particolare.
È il racconto di furti clamorosi risolti, come avvenne nel 1975 con il celebre quadro La Muta di Raffaello di Raffaello, nel Palazzo ducale di Urbino. Oltre all' opera del maestro, simbolo della città, i ladri - quattro italiani - portarono via anche due Piero della Francesca. Un anno dopo vennero incastrati con uno stratagemma. Il ricettatore aveva già incassato una prima rata per piazzare le tele sul mercato internazionale. Dopo aver individuato la persona che ne era in possesso, gli investigatori si finsero collezionisti facoltosi intenzionati a comprarle e fissarono un appuntamento in una camera di albergo a Locarno dove scattarono le manette.
Un altro caso eclatante, appunto, la rapina alla Galleria Nazionale d'Arte moderna di Roma dove i delinquenti armati bloccarono tre dipendenti e rubarono due Van Gogh, il Giardiniere e l' Arlesiana, e Le Cabanon de Jourdan di Cezanne, recuperati due mesi dopo tra Roma e Torino. È anche la storia di vicende senza lieto fine, come La Natività di Caravaggio rubata proprio 50 anni fa nell'Oratorio di San Lorenzo a Palermo. Di quel capolavoro si sono perdute le tracce. «I casi ancora aperti», osserva Riccardi, «non si chiudono mai. Noi siamo all'avanguardia, siamo stati i primi a dotarci di una struttura del genere. La nostra banca dati ha un milione e 300 mila file riferiti a opere d'arte italiane e di altri Paesi, rubate o disperse in guerre, calamità naturali, devastazioni e saccheggi». L'attività degli specialisti dell' Arma ha varcato i confini nazionali. Dal 2015 il Comando è partner dell'Unesco nella iniziativa planetaria dei Caschi Blu della Cultura, una invenzione tutta italiana avviata con il Mibac: un team di 30 carabinieri e 30 funzionari del ministero assicura assistenza e consulenza nella catalogazione e nella tutela diretta dei beni culturali dei Paesi devastati dai conflitti e dai disastri naturali. Il libro è un tuffo nella storia dell'arte, a partire da Napoleone che dopo la campagna d'Italia portò in Francia cento capolavori in virtù del Trattato di Tolentino. Tra le opere finite in Francia c'era anche il celebre gruppo del Laocoonte, tornato in Italia grazie al grande scultore Antonio Canova, nominato dal Papa ambasciatore per il recupero delle opere d'arte. Non c'era invece La Gioconda, che era stato portato in Francia da Leonardo e poi venduto da un erede alla corte di Francesco I. Un imbianchino veneto, Vincenzo Peruggia, la rubò nel 1911nel Louvre. Due anni dopo l'uomo si presentò al direttore degli Uffizi dicendo che l' avrebbe consegnata a patto che restasse in Italia. Non andò così, il quadro torno al suo posto e lui finì in galera.
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