Gio Evan a Pescara: «Vi porto “Abissale” tante parole e 15 brani»

Il poeta, cantautore e performer rivelazione di Sanremo al Massimo con lo spettacolo «sulle risalite e la profondità»
PESCARA. Il suo nome d’arte, Gio Evan, nasce da un incontro: lo ha ribattezzato così un membro della popolazione indigena Hopi, in Argentina, in riferimento a Giovanni Evangelista. Giovanni Giancaspro, 33 anni, pugliese, è un artista poliedrico, dalle mille sfaccettature. Gio Evan si esibirà sabato 27 novembre al teatro Massimo di Pescara, tappa del suo nuovo tour teatrale “Abissale” (inizio ore 21).
Scrittore, poeta, cantautore, performer. In lei coesistono tante anime diverse. Ce n’è una che le appartiene di più o le appartengono tutte indistintamente?
«Credo si possa parlare di una sola anima che è al servizio della vita, del cosmo. Io cerco di allargarmi, ho puntato sui rami invece che sulle radici».
Qual è il cuore di “Abissale”?
«Nasce dall’affrontare il concetto di profondità: che cos’è, cosa vuol dire andare in profondità e, soprattutto, perché la profondità è sempre associata a un cadere e mai a un salire. Perché “sprofondare” significa andare giù? Penso che sia arrivato il momento della rivincita: “sprofondare” può essere una risalita? Si può risalire in profondità? Può essere un’ascesa invece che una discesa?».
“Abissale” si può definire una prosecuzione del disco “Mareducato”?
«È esattamente il post “Mareducato”. L’album era un percorso dove arrivavo alla riva e cadevo in un abisso. Adesso c’è il dopo: che cosa succede quando si arriva nell’abisso? Metafisicamente, dove porta l’altra parte del mare? Dove porta la profondità? È tutto un percorso: ci sono io che sto annegando, riprendo da dove avevo lasciato il pubblico con “Mareducato”; da qui, c’è il percorso di risalire l’abisso. “Abissale” è uno spettacolo molto parlato, ci sono soltanto 15 canzoni: affronterò le tematiche parlando, leggendo, attraversando, improvvisando con il corpo e con la voce».
Nel frattempo ci sono stati anche un libro di poesie, “Ci siamo fatti mare”, e la partecipazione al Festival di Sanremo…
«L’ultimo libro era un parallelo di “Mareducato”, lavorava sull’empatia. Sanremo è stato bello, mi sono divertito un sacco: forse sono stato uno dei pochi cantanti a divertirsi perché non sono mai stato una persona competitiva, ho sempre perso nella mia vita. A una certa, quando ho visto che, uscito dalle elementari, ero fatto fuori da tutti i tipi di sport e di giochi con gli altri ho trasceso la competizione, la sfida: i duelli non erano per me e li ho lasciati perdere. Sanremo era il sogno del mio manager, che è il mio migliore amico. Avevo una canzone pronta, ero entrato in Universal, ero convinto di non arrivarci al Festival. Invece la canzone è piaciuta e a quel punto cavalchi l’onda e surfi. È stato molto bello, lo rifarei».
C’è un luogo tra i numerosi visitati che porta “dentro”?
«Questa risposta sorprenderà, ma credo proprio che sia casa mia, perché è il posto che ho visitato di meno: sono stato più in India che a casa. Con casa mia intendo casa dei miei genitori. Sono stato molto poco figlio, ho smesso troppo presto, sono andato via di casa a 14 anni. Mi piacerebbe tornare a vivere un po’ in Tibet, lì ci sto veramente bene, vanno di pari passo con l’idea di vita che ho».
I suoi aforismi spopolano sui social. Com’è il suo rapporto con il pubblico che la segue?
«Con il pubblico abbiamo creato nel tempo un’educazione umana. Io sono molto assente sui social, non seguo nessuno, non rispondo, non li vivo. Però, in compenso, quando faccio un live, se lo spettacolo dura 2 ore il dopo ne dura 5: firmo libri, faccio foto, parlo tantissimo. Si è creata una rete e lì sono molto presente. Non sono un uomo di web, di social, le relazioni umane mi vengono meglio».
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