Giovanna Botteri saluta la Rai: «Ora andrò di più allo stadio»

ROMA. «Ricordo quando arrivai per la prima volta nei Balcani, in una casa bombardata dove tutti erano rimasti uccisi. Vidi il sacchetto di un grande magazzino di Trieste dove andavo anch'io: la...
ROMA. «Ricordo quando arrivai per la prima volta nei Balcani, in una casa bombardata dove tutti erano rimasti uccisi. Vidi il sacchetto di un grande magazzino di Trieste dove andavo anch'io: la guerra è qualcosa di reale, che ti tocca. Credo che il tentativo sia stato anche questo: far sentire a chi è a casa che quello che succede forse non è così lontano». È l'impegno che ha guidato Giovanna Botteri nel suo percorso da giornalista, che l'ha vista a lungo inviata di guerra per il Tg3 e poi corrispondente per la Rai, dagli Stati Uniti, dalla Cina e dal 2021 dalla Francia. Una carriera che l'ha resa «un'icona del servizio pubblico», plaude l'Usigrai nel giorno in cui Botteri raggiunge l'età della pensione. Botteri, 67 anni, dopo le prime esperienze nella carta stampata ha iniziato a collaborare con la Rai, entrando poi nella redazione esteri del Tg3, testata per cui ha raccontato da inviata speciale i principali avvenimenti internazionali, dalla rivoluzione in Romania alle guerre in Bosnia e Kosovo, dal G8 di Genova all'occupazione statunitense in Iraq, vincendo il Premio Ilaria Alpi e il Premio Saint Vincent per i suoi servizi da Baghdad. «Non sono sui social, in questo momento la cosa che voglio fortissimamente è ringraziare tutti quelli che in questi anni in Rai mi hanno aiutato, mi sono stati vicini, mi hanno insegnato tante cose: colleghi, tecnici, operatori, montatori, impiegati, quelli che ti prendono i pezzi. Il bello di questa avventura - ci tiene a sottolineare la giornalista, che è nata a Trieste nel 1957 - è che è un'avventura umana, per le persone che incontri, le storie che senti, per quelli che lavorano per te e con te e che magari non si vedono. Se il mio lavoro è stato ben fatto, è stato grazie a loro. Questa è la lezione forte di umiltà e di rispetto che mi hanno insegnato questi anni ed è quello che mi porto dietro». Fare l'inviata di guerra e poi la corrispondente «significa incrociare la tua vita con quella degli altri: in qualche modo - si appassiona - ogni pezzo di strada è un ricordo delle persone con cui ho compiuto il cammino, di quelle che ho visto morire al fronte, in guerra». E sul suo futuro, dice: «È giusto anche dare il cambio ai giovani, darsi il testimone, ci sono bravissimi giornalisti giovani in giro. È un avvicendamento naturale». Ora per Giovanna Botteri ci sarà più tempo «più tempo per le passioni», spiega la giornalista. Come quella per la Lazio. «Avrò più tempo per andare allo stadio».

