Giulia Alberico a “Storie”: mezzo secolo in attesa poi la mia vita da scrittrice

Ha aspettato quasi mezzo secolo che il suo sogno di scrittrice diventasse realtà: «Ma guardi che io ho 49 anni», così parlò Giulia Alberico quando la sua editrice, Elvira Sellerio, le annunciò per...
Ha aspettato quasi mezzo secolo che il suo sogno di scrittrice diventasse realtà: «Ma guardi che io ho 49 anni», così parlò Giulia Alberico quando la sua editrice, Elvira Sellerio, le annunciò per telefono che i suoi racconti sarebbero diventati presto un libro. «E non deve fare mica la ballerina», le disse l’editrice con l’accento palermitano. Da quel momento prese il via la seconda vita di Alberico: anno del Signore 1999, ecco quando avvenne la mutazione da insegnante di italiano e storia alle scuole superiori di Roma a scrittrice che racconta le donne sospese nei sentimenti. «Io a 49 anni mi sentivo già out», racconta la scrittrice, «anche se ora mi rendo conto che non c’è un’età per fare quello che uno desidera». È Giulia Alberico da San Vito Chietino l’ospite di un’altra puntata di “Storie - Le Emozioni della Vita”, il programma di Rete 8 in collaborazione con il Centro che va in onda questa sera alle 21 per la regia di Antonio D’Ottavio (repliche il mercoledì a mezzanotte, sabato alle 22 e martedì alle 13.30).
Da quella telefonata di 23 anni fa nacque il primo libro, “Madrigale”, tre racconti che hanno tutti a protagonisti i legami della memoria, il tempo e le sue prigioni. Da allora, Alberico ha abituato i suoi lettori a indimenticabili ritratti di donne, come Grazia dell’omonimo romanzo, o le protagoniste de “Il vento caldo del garbino” o Giuditta di “Come Sheherazade”.
L’ultimo libro, “La Signora delle Fiandre”, è un romanzo storico non comune che si impernia su Margherita d’Austria. Un libro nato sulla scorta di ricerche approfondite durate anni e anni: un romanzo che è un po’ lo specchio di una vita, trascorsa nell’attesa che un sogno, il sogno, diventasse realtà.
L’attesa è la parola chiave di Alberico: attesa che una storia nasca nelle viscere e poi si presenti al cuore come un passante che bussa alla porta in una notte di tempesta. «Scrivo su un quaderno, su fogli di carta che poi inserisco tra le altre pagine, senza seguire uno schema predefinito. Sempre in silenzio. Sono disordinata. Poi», racconta, «mi siedo e trasferisco tutto al computer». La scrittura come un gesto artigianale: «Da bambina avrei voluto fare la sarta o la parrucchiera». Nell’attesa che una storia cresca da sola, con i suoi tempi: «Non ho fretta, magari per mesi non scrivo niente e poi in poco tempo faccio un libro intero». E l’ispirazione? Viene in ogni momento: basta anche affacciarsi alla finestra della sua casa di Roma e osservare la vita che scorre oppure ascoltare una frase detta sull’autobus. «Non credo al raptus dello scrittore, per me è un lavoro di falegnameria: se un’idea sta premendo, io le do retta. È come una pasta che lievita. La gioia del primo libro? Mamma mia: è stato ristampato più volte e, a distanza di 22 anni, è ancora nelle librerie e mi fa tanto piacere». Ma il libro più bello è sempre l’ultimo? «No, perché gli anni danno e tolgono».
Alberico, scrittrice di fama con due libri dedicati alla nipote Giulia, 12 anni, dice così: «Io leggo tanto ma non finisco tutti i libri, non bisogna dare retta alle classifiche. Tanti libri sono scritti a tavolino e non hanno un’anima anche se poi vincono premi e diventano materiale per i film e mi chiedo come mai questo possa accadere. Non è invidia la mia: forse, in questo caso parla la professoressa che dice: questo è un libro modesto che non avrebbe meritato questa fortuna».
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