Giuliano Tenisci: a Parigi porto il cuore della mia Italia ingrata

8 Ottobre 2017

Direttore dell’Espace Marcel Carné e prima ancora del teatro di Vienne, l’attore abruzzese racconta come fa un italiano a gestire in Francia un’istituzione pubblica: vincendo un concorso 

Giuliano Maria Tenisci, abruzzese di Ortona, è quelle che si direbbe un “cervello in fuga”, avendo lasciato l’Italia nel 1994 per la Francia. Attore di formazione accademica dirige a Parigi da pochi mesi l’Espace Marcel Carné dopo aver diretto per 13 anni il teatro di Vienne, vicino Lione. La cosa che può sorprendere noi italiani è che in ambedue i casi sia arrivato in quei posti dopo aver vinto un concorso pubblico.
Tenisci, come è maturata la scelta di lasciare l’Italia per la Francia?
«Nell’87 ero venuto in Francia con Luca Ronconi che era mio professore all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico. Eravamo a Nanterre, vicino Parigi, per una rassegna delle scuole di teatro europee. Lì ho preso i primi contatti. Dopo il diploma alla D’Amico nel 1988 ho cominciato a lavorare in Italia come attore, rendendomi conto di un contesto che sentivo asfittico: le compagnie di giro, i teatri nazionali... E come molti all’epoca, ero anche impegnato politicamente, sensibile su alcuni temi...».
E dunque?
«Nel 1992 c’è stata la strage di Capaci, poi quella di via D’Amelio, nel 1993 Mani Pulite e nel 1994 la discesa in campo di Berlusconi. Così ho deciso di trasferirmi in Francia, dove ho iniziato a interessarmi di produzione teatrale. Mi sono formato e ho subito preso la direzione di un piccolo centro culturale vicino Reims. Successivamente ho vinto un concorso per la direzione di un teatro convenzionato con il ministero della Cultura, vicino Lione, a Vienne, dove sono rimasto per 13 anni».
E oggi?
«Dal maggio scorso ho assunto la direzione dello space Marcel Carné, vicino Parigi. E’ una istituzione finanziata in larga parte da quelli che in Italia chiameremmo patti territoriali. Risalgono a una legge dei primi anni ’ 90 che ha obbligato i piccoli comuni ad accorparsi e ad accentrare una serie di competenze. Nel nostro caso abbiamo 20 comuni per un bacino di 220 mila abitanti che finanziano questa struttura culturale, che conta 18 dipendenti».
Anche in questo caso ha dovuto fare un concorso.
«Sì, tra l’altro dal 2004 sono anche cittadino francese, quindi ho la doppia nazionalità, ma non era un requisito richiesto per il concorso».
Come vi finanziate?
«Abbiamo finanziamenti dalla Provincia, dal ministero e dal Centro nazionale del cinema. Nel centro abbiamo una sala di 520 posti dove proiettiamo film d’autore, una sala prove per la danza e per il teatro. Il nostro è un progetto multidisciplinare. Facciamo cinema, danza, circo, musica colta, jazz e musica contemporanea. Un programma molto eclettico. Poi naturalmente c’è il teatro che programmiamo con una gran attenzione per i classici della lingua francese e per il teatro contemporaneo. Molta parte dell’attività è destinata anche alle scuole. C’è poi un’attività improntata all’educazione artistica. Abbiamo un atelier, facciamo workshop e incontri nelle scuole, che poi mettono a frutto queste attività con lavori che alla fine dell’anno vengono proposti al pubblico».
La vostra è dunque un’attività a forte impronta sociale e didattica.
«Infatti la cintura urbana alla quale facciamo riferimento è quella delle banlieue parigine. Lavoriamo anche per un pubblico diverso: facciamo progetti in ambito carcerario e per gli ospedali, e lavoriamo con le associazioni dei rifugiati».
Veniamo alle origini della sua passione. Siamo negli anni ottanta, in Abruzzo il riferimento per il teatro era l’Atam. Penso a nomi come Calenda, Piera degli Esposti, Tino Schirinzi...
«Sì in quegli anni si sono viste cose belle in Abruzzo. Io ho iniziato in ambito scolastico al liceo classico di Ortona con l’associazione del teatro Vanni. Poi una volta finito il liceo ho fatto domanda per entrare alla Silvio D’Amico»
E lì ha incontrato maestri eccezionali..
«Per esempio Andrea Camilleri, che è stato mio professore di regia e di recitazione. Ricordo che con lui, imparentato con i Pirandello per parte di madre, feci nel 1994 uno spettacolo sul drammaturgo siciliano. Fu un’esperienza unica».
Che tipo di insegnante è stato?
«Ricordo la sua grande umanità e generosità. E l’immensa cultura. Frequentavo la sua casa, dove sono tornato lo scorso anno. E ho ritrovato, come posso dire? un veggente. Mi ha ricordato Borges».
Anche Monica Vitti è stata sua insegnante.
«Insegnava recitazione. Era una grande perfezionista: lavoro, lavoro, lavoro, questo era il suo metodo. Lavoro sui testi e sugli autori. Naturalmente riversava su di noi la sua esperienza di attrice cinematografica: i piccoli accorgimenti, gli espedienti che accompagnano il lavoro davanti alla macchina da presa. Il cinema è fatto di dettagli, di sguardi, di piccoli gesti intensi».
Tutto il contrario del gigantismo di Luca Ronconi, altro suo maestro.
«Grande cultura, la sua, ma sicuramente era meno disponibile dal punto di vista umano rispetto, per esempio, a Camilleri. Lui era già una star del teatro, cosciente della sua celebrità. Però aveva una grande intelligenza artistica e faceva un grande lavoro sulla lingua».
Ha avuto modo di portare un po’ di Abruzzo in Francia?
«Conoscevo molto bene il lavoro dell’Istituto nazionale tostiano di Francesco Sanvitale. Mi propose per il teatro di Vienne alcuni concerti sul repertorio di Tosti e uno spettacolo. Ricordo che facemmo una fiaba musicale scritta da lui “Il Natale di Giorgetto”. Dopo il terremoto dell’Aquila, sempre a Vienne, abbiamo accolto l’orchestra giovanile sinfonica abruzzese».
Ha mai pensato di tornare in Italia?
«La Francia è il paese della ragione e da questo punto di vista mi sento francese. Ma l’Italia è il paese del cuore e la preferenza sta dalla parte del cuore. Anche se parliamo di un cuore ingrato. Perché l’Italia mi ha formato, mi ha dato un bagaglio culturale e professionale importante, ma non mi ha dato la possibilità di metterlo al suo servizio. È evidente però», conclude Giuliano Maria Tenisci, «che se ci fossero le condizioni, se ci fosse un progetto, tornerei volentieri a lavorare nel nostro paese».
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