«Guardiamo al passato se vogliamo proiettarci nel futuro»

11 Aprile 2019

Mieli: l’Abruzzo è una regione in disparte che però vive questa sua condizione con orgoglio e un’identità particolare

Come nasce l’idea di questo incontro con Luca Zingaretti all'Aquila?
L’iniziativa è di Greta Salve che ha immaginato, tempo fa, qualcosa di particolare in occasione del decennale del terremoto. Cioè, mettere a confronto due persone come Luca Zingaretti e me per parlare del loro lavoro con sullo sfondo L’Aquila e ciò che rappresenta.
Il suo rapporto con l'Abruzzo non è episodico: che cosa le piace di questa regione?
E’ un rapporto nato a ridosso del terremoto. Prima conoscevo l’Abruzzo come una delle tante regioni italiane in cui ero passato per lavoro o per ragioni turistiche. Dopo il terremoto, ho cominciato a visitarlo più assiduamente, prima L’Aquila e poi l’entroterra, e me ne sono innamorato. Considero l’Abruzzo una regione, per così dire, in disparte che però vive questa sua condizione con orgoglio e producendo un’identità molto particolare. E’ una terra che viene spesso dimenticata dal resto dell’Italia ma che non sta a mendicare attenzione come altre regioni soprattutto del Sud.
Fra i mestieri di storico e giornalista, i suoi, e quello di attore, di Zingaretti, ci sono punti di contatto?
Io considero Luca Zingaretti, che conosco da anni, qualcosa di più di un attore. È una persona che pensa, riflette sulla sua vita e sul Paese in maniera diversa da come fanno altri attori. Sembra un attore della generazione del passato; penso a uno come Vittorio Gassman che, come Luca, aveva un rapporto di confidenza autentica con gli autori. Luca è geloso della sua vita privata, non lo si vede a feste mondane, è una persona che ha messo in evidenza il suo impegno. E’ schivo, molto intelligente, non consegna all’essere attore la sua intera identità, ed è fedele al fatto di non fare parte dell’Italia dei privilegiati per censo.
Il racconto dell'Italia è qualcosa che oggi è più utile che in passato?
Secondo me sì. Io non mi considero né uno storico né un giornalista in senso pieno. In entrambe queste professioni seguo gli stessi criteri, quelli di mettere in dubbio le verità rivelate e di chiedermi sempre, quando le cose sono presentate come tutto male o tutto bene, se per caso non vi sia una parte di bene e una di male in ognuna di esse. Secondo me è fondamentale raccontare l’Italia avendo ben impresso nella mente ciò che c’è stato prima, con un senso di profondità che ti consente di proiettarti in avanti. E’ impossibile, infatti, immaginare il futuro senza conoscere bene la Storia. Del senso di ciò che è accaduto il 4 marzo dell’anno scorso, per esempio, non abbiamo ancora piena contezza: non sappiamo se quello che c’è adesso è duraturo o se è una situazione di passaggio.
Nel suo nuovo libro, “Lampi sulla Storia”, lei si sofferma su tre figure in particolare, Robespierre, De Gaulle e Gramsci: perché?
Sono tre figure sorprendenti: nella prima fase della loro vita sembrava non fosse scritto ciò che sarebbe accaduto dopo. Tutti e tre sono stati condannati ma hanno lasciato nella Storia una traccia molto profonda.
Ve ne sono di simili a loro nella storia politica italiana del dopoguerra?
Per ragioni diverse, personaggi come De Gasperi, Berlusconi, Craxi, Berlinguer, Cuccia, Agnelli. In realtà in tutti questi personaggi ciò che colpisce è la durata. Il successo di un quarto d’ora sono in grado di coglierlo in molti, ma bisogna avere la durata, la capacità di rialzarsi dopo una caduta. Alla maniera dell’Aquila.
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