Guido Crainz: «Quel sogno deluso dell’Europa unita»

L’ex docente di Storia e saggista riceverà il Premio Russi domani a Pescara «Non ci siamo misurati con i nuovi problemi, sono mancate politica e cultura»
Hanno vissuto e lavorato fianco a fianco, per anni, all’università di Teramo. Luciano Russi come rettore, Guido Crainz come docente di Storia contemporanea. Udinese, 71 anni, autore di libri fondamentali sulla Storia italiana del secondo dopoguerra come “Il Paese mancato” ed editorialista di Repubblica, Crainz riceverà, domani a Pescara (si legga il box in basso), il Premio Russi, intitolato allo storico morto prematuramente dieci anni fa. In questa occasione Crainz terrà una lectio magstralis dal titolo “Europa: le ragioni e le difficoltà di un sogno” i cui temi anticipa in questa intervista al Centro.
Che ricordo ha di Luciano Russi?
È stato un grande rettore capace di pensare in grande. Sarebbe stato uno straordinario rettore di un’unica università abruzzese.
Di cosa parlerà nella lectio magistralis che terrà giovedì a Pescara?
Parlerò di Europa e cercherò di capire perché il sogno europeo non è più un sogno.
Perché non lo è più?
Le risposte si articolano lungo diversi assi. Intanto, perché non siamo stati capaci di misurarci con i nuovi problemi. Alla base della Comunità del carbone e dell’acciaio c’era l’idea di mettere in comune una cosa che i giovani di oggi non capiscono neppure più cosa sia, il carbone, e, quindi, l’idea che non ci sarebbero state più guerre in Europa. Un altro obiettivo era quello di essere alleati con l’America ma non dipendenti da essa. Il quarto obiettivo era quello di creare un organismo in cui coesistessero realtà nazionali diverse ma senza commettere gli errori compiuti nell’unificazione italiana ai danni del nostro Sud.
E invece che cosa è accaduto?
Il 1989, con la caduta del comunismo, è sembrato che segnasse la vittoria di quel sogno europeo, ma è stato anche l’inizio dei problemi.
Quali sono stati questi problemi?
Come dice anche Bernard-Henri Lévy, abbiamo pensato che l’Europa si sarebbe fatta da sola. Invece non è stato così. Per esempio, abbiamo sottovalutato i problemi posti dagli allargamenti: prima del 2004, con l’ingresso nell’Unione della Grecia, e poi nel biennio 2004-2005 con quello delle nazioni del ex blocco comunista che, con l’eccezione della Cecoslovacchia, non avevano esperienze di democrazia e, già prima del comunismo, soggette a nazionalismi, populismi e tentazioni di governi forti. Il 2004 doveva essere un momento di allarme. In quegli anni abbiamo sentito i primi scricchiolii del progetto europeo, con la Francia e l’Olanda che bocciavano il progetto di Costituzione europea e, quindi, anche l’idea di un’Europa politica.
Le responsabilità furono solo politiche oppure c’è anche qualcosa che la cultura non riuscì a fare?
Ci sono responsabilità politiche, ma credo che la cultura ne abbia in pari numero. E’ mancato un rapporto fra le due Europe che non si erano parlate per decenni. In quegli anni Peter Schneider ci mise in guardia. Se non c’è un confronto intellettuale fra queste due Europe, disse, rischiamo di avere una nuova Cortina di ferro senza il comunismo. E’ mancato un confronto culturale per la costruzione di un popolo europeo. E il progetto di una Costituzione europea è stato messo da parte.
I peccati dell’Italia quali sono stati?
Nei diari di Ciampi mi ha colpito una cosa. Lui che ebbe un grande ruolo nel processo europeo sosteneva che l’ingresso dell’Italia nell’Euro è stata una grande vittoria ma che, a quel punto, si trattava di costruire un’Italia diversa. Questo sforzo è mancato. Si è pensato che le misure economiche fossero sufficienti a costruire l’Europa. Di nuovo: è mancata la politica ed è mancata la cultura.
In che posto si trova l’Italia di questi mesi?
Questo è un periodo di dissoluzione dei criteri culturali comuni. Abbiamo un parlamentare del Movimento 5 stelle che tira in ballo di Protocolli dei savi anziani di Sion, c’è un leader dello stesso partito che fa delle cose infondate contro la Francia, ministri che dicono colossali sciocchezze, senza alcuna reazione da parte della maggioranza degli italiani. In questo Paese c’è stata una grande delusione per chi ha creduto in Berlusconi; e adesso si va verso un’inevitabile, nuova delusione, che non farà altro che incattivire ulteriormente il Paese.
©RIPRODUZIONE RISERVATA