Guido Crainz: un Calendario per ripensare l’Europa unita

18 Febbraio 2020

L’ex docente di Storia all’ateneo teramano parla del libro curato con Angelo Bolaffi «Ricominciare dalla cultura per sconfiggere i nazionalismi che minano il progetto»

Calendario civile europeo. Si chiama così il libro curato da Guido Crainz e Angelo Bolaffi che ha l’ambizione (riuscita) di fare il punto sul cantiere della costruzione dell’Europa unita. Il volume (Donzelli, 520 pagine, 35 euro) raccoglie 43 saggi scritti da studiosi italiani e stranieri, collegati ad altrettante date decisive della Storia del continente, dal 26 agosto 1789 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e dei cittadini al primo ottobre 2017 del referendum per l’indipendenza della Catalogna. Autore del saggio introduttivo è Guido Crainz, 72 anni, udinese, ex docente di Storia contemporanea all’università di Teramo, che ne parla in questa intervista al Centro.
A cosa serve un Calendario civile europeo oggi?
L’idea di fondo che ci ha mossi è quella che nella crisi dell’idea di Europa ci siano responsabilità della cultura. Per noi storici non ci può essere un’Europa senza un dialogo fra le memorie del passato ma su questo tema pesano inerzia e inadeguatezze e il prevalere di punti di vista nazionali sul passato dell’Europa che si sono esasperati dopo il 1989
Perché?
Innanzitutto perché fino a quella data l’Europa occidentale è vissuta con le spalle voltate al Muro di Berlino. Questo ritardo aumenta poi con l’allargamento ad altri Stati nel 2004. In più, c’è un elemento che spesso viene ignorato: nel 1945 era chiaro che dietro le rovine della guerra ci fosse la tragedia dei nazionalismi che aveva portato al disastro. Succede poi che nel 1989 nell’Europa orientale crolli la dittatura comunista che aveva schiacciato le culture nazionali che, in quei Paesi, erano stato un elemento importante per la resistenza all’imperialismo sovietico e per l’opposizione ai regimi. Ma nelle culture nazionali c’è anche il nazionalismo peggiore.
Che diventa poi un elemento di opposizione all’idea di Europa unita?
Mi spaventa ciò che è accaduto in Polonia e in Ungheria, cioè una riscrittura nazionalistica e vittimistica della Storia. Penso a Orban, per esempio, che, allo scopo di rilanciare il nazionalismo ungherese, tira fuori la polemica contro il Trattato del Trianon con cui le potenze vincitrici della prima guerra mondiale stabilirono le sorti del Regno d'Ungheria, in seguito alla dissoluzione dell'Impero austro-ungarico. C’è anche un altro elemento di rallentamento dell’unificazione. Angelo Bolaffi ha scritto due capitoli del libro che hanno la stessa data: il 9 novembre 1989 e il 9 novembre 2016, il giorno della vittoria di Trump nelle elezioni presidenziali americane che ha conseguenze devastanti perché mette in discussioni l’asse transatlantico sul quale si è costruito il processo europeo.
È ancora possibile cambiare il disamore assai diffuso oggi verso l’Europa?
Confesso che a questo proposito sono molto pessimista.
Perché?
Mi ha colpito un testo del 1932 di Stefan Zweig in cui lui parla della necessità di una disintossicazione morale dell’Europa. In quel testo Zweig propone come antidoto l’obbligo per i giovani di passare 6 mesi o un anno nell’università di un altro Paese. Ecco, l’Erasmus è una piccola goccia in quel senso ma utile. In altri termini, è necessario che la cultura si impegni a lavorare alla costruzione di reti umane, relazionali.
La sinistra ha qualche colpa nel tramonto dell’idea dell’Europa come nazione di nazioni?
Sull’Europa la cultura della sinistra è arrivata tardi, questo sì. Va detto, tuttavia, che una personalità di sinistra come Altiero Spinelli ha contato come riferimento più che altro ideale. Chi, invece, ha avviato il processo di unificazione sono stati, per lo più, i cristianodemocratici come Adenauer, De Gasperi, Schuman, Quindi non parlerei di colpa, ma di ritardo e di disattenzione della sinistra. Oggi occorrerebbe riflettere su cosa significherebbe un ulteriore allargamento dell’Europa, che, a mio avviso, non avrebbe senso e sarebbe un suicidio, come ha dimostrato il recente passato quando l’ultimo allargamento è stato affrontato pensando che non vi fossero problemi in un processo di questo tipo. Sì è sottovalutato il pericolo legato all’illusione, nei Paesi dell’ex blocco sovietico, di un Europa come Paese di bengodi, con il risultato che, quando la realtà ha smentito questa idea, quegli stessi Paesi hanno cominciato a pensare che l’Europa li tratti come l’Unione sovietica.
Serve anche qualche parola d’ordine capace di scaldare i cuori o basta la ragione per rilanciare l’idea dell’Europa?
Le parole d’ordine e le mozioni degli affetti sono servite all’inizio; penso alla Dichiarazione fondativa dell’Europa di Shuman, del 9 maggio 1950. Quelle parole d’ordine sono servite a scaldare i cuori sulla base di una prospettiva che si stava costruendo. Non servono, invece, quelle parole, se non sono collegate a un progetto concreto di crescita all’Europa. Senza quel progetto, le mozioni degli affetti diventano retorica. E allora sono solo dannose.
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