Haber: «Getto in pasto alla gente la mia vita vera»

L’attore oggi al Fla con la presentazione – show dell’autobiografia “Volevo essere Marlon Brando”
I grandi nomi dello spettacolo e i successi, le delusioni professionali e i drammi come la perdita dei genitori, le sbronze e le donne: ci ha messo tutto nell’autobiografia che Alessandro Haber ha scritto a quattro mani con Mirko Capozzoli. Oggi, alle 16.30, all’auditorium Cerulli in via Verrotti a Pescara, viene presentato “Volevo essere Marlon Brando (ma soprattutto Gigi Baggini)” (Baldini + Castoldi, 2021), il libro nel quale Haber si racconta senza veli e senza pudori, così come si racconterebbe al bar con gli amici. E così si offre al pubblico l’attore e regista nato a Bologna nel 1947: con un incontro, inserito nel programma del Fla 2021, che assomiglia più a uno spettacolo teatrale che alla classica presentazione di un libro.
Haber, come le è venuto in mente di scrivere un’autobiografia?
«Me lo chiesero anni fa, ma io dissi di no: mi sembrava una cosa autoreferenziale, da egocentrici. E poi ci vuole tempo. Nel frattempo conosco Capozzoli in Sardegna, a un festival per ricordare Gian Maria Volonté, che mi ridice questa cosa. Arriva il lockdown di due anni fa, mentre ero in tournée, e mi ritrovo in casa come un recluso. A quel punto richiamo Capezzoli e comincio».
Cosa ne è venuto fuori?
«Un libro fuori dai canoni, vero, in cui non ho risparmiato nessuno. Neanche me stesso. C’è tutto. Senza essere celebrativo, racconto un percorso accidentato, fatto di momenti esaltanti e divertenti, ma anche struggenti».
Cosa si scopre che non ci si aspetterebbe da Haber?
«Tutto. Anche cose molto intime e particolarmente private. Si parla anche di avventure e di scopate impensabili, per capirci. C’ho messo tutto e mi è piaciuto gettarlo in pasto alla gente, che magari in qualcosa si riconosce, ci trova qualcosa di suo. Non c’è solo il mondo dello spettacolo, ma pure una vita quotidiana che assomiglia a quella di tanti altri. Io sono uno incontenibile, che si rimette sempre in gioco, non mi sento mai arrivato: ho scritto con questo spirito».
La sua viene presentata come un’autobiografia che fa ridere e commuovere: cos’è che fa più ridere e cosa più commuovere?
«Quell’episodio in cui ero con Carmelo Bene e Paolo Villaggio, e Vittorio Gassman mi fa il gesto dell’ombrello e mi manda affanculo: questa fa ridere. La più commovente? Penso alla morte di mio padre: ero in Tunisia a girare “Per amore solo per amore” con Diego Abatantuono, e non potevo rientrare in Italia. Ero su un promontorio e, al tramonto, quelli della troupe vengono a darmi le condoglianze uno alla volta, in maniera discreta. Se ci ripenso mi riviene da piangere».
Se non avesse l’attore cosa avrebbe fatto?
«Forse il missionario, uno di quelli che cerca di aiutare il prossimo, gli ultimi: penso a quelli che arrivano sui barconi, a chi ha problemi di salute, a chi non la sfanga. Ma forse non sarei stato in grado di fare nient’altro: recitare per me è come una droga, una malattia che mi dà gioia e vita».
In un’intervista ha detto: “Tifavo per il ‘68 e la sinistra come si tifa per una squadra di calcio”. Oggi politicamente come si colloca?
«Mi colloco sempre lì, anche se oggi c’è una sinistra afflosciata, nebbiosa. Non c’è più un’identità forte. Non mi dispiace uno come Enrico Letta o Mario Draghi, ma non c’è uno come Enrico Berlinguer. Non seguo la politica come una volta: credo di più nell’essere umano, nell’etica, nell’essere corretto nei confronti degli altri».
C’è un film o un personaggio al quale è legato più di altri?
«Se proprio devo dirne qualcuno, mi viene “Regalo di Natale” di Pupi Avati che mi ha fatto fare lo scatto, o i film per i quali ho ricevuto il David o il Nastro d’argento. Ma non saprei dire: sono legato a un po’ tutto, mi piace proprio fare personaggi diversi, estremi».
Sa che “Parenti serpenti” di Monicelli girato a Sulmona, per gli abruzzesi è un film cult di Natale al livello dei cinepanettoni?
«Lo posso immaginare! Ma quello può essere un cult in qualsiasi posto. È un film che la gente continuerà a vedere anche tra cent’anni».
Progetti in cantiere?
«Ora riprendo la tournée di “Morte di un commesso viaggiatore” che era stata fermata dal Covid; sto scrivendo una sceneggiatura per il cinema; mi piacerebbe riprendere “Il padre”, uno spettacolo teatrale che parla di Alzheimer. E poi vorrei fare uno spettacolo di questa autobiografia, perché le presentazioni diventano sempre una specie di spettacolo: e a questo punto lo faccio direttamente a teatro!».