Happy End di Haneke Il mondo autistico dei ricchi e infelici

23 Maggio 2017

CANNES. Questa volta Michael Haneke ci va di pennello per raccontare l'anima nera della borghesia ormai incapace di sentire qualsiasi cosa, priva di ogni empatia in “Happy End”, in concorso in questa...

CANNES. Questa volta Michael Haneke ci va di pennello per raccontare l'anima nera della borghesia ormai incapace di sentire qualsiasi cosa, priva di ogni empatia in “Happy End”, in concorso in questa 70esima edizione del Festival di Cannes, dove il film ha raccolto, l’altro ieri, giudizi contrastanti. Bisogna infatti entrare, passo dopo passo, in questa famiglia ricca, i Laurent, che vive a Pa de Calais, tra i disagi degli immigrati, per capire che dietro quella facciata di normalità c'è solo indifferenza anche verso se stessi. «Racconto non solo la borghesia», dice il regista tedesco del “Nastro bianco”. «Cerco di attraversare la vita con gli occhi aperti e non potevo non parlare della società del nostro tempo, del nostro modo di vivere autistico che ci circonda e ci riguarda anche in prima persona».
Simbolo di “Happy End”, in sala in Italia in autunno, anche il palmare della tredicenne Eve con cui parte il film. Un palmare che registra tutto, dall'amato criceto alle prese con il suo pasto, al tentativo di suicidio del nonno (Jean-Louis Trintignant) con la stessa lucida indifferenza. Quasi un sequel di “Amour” - il patriarca si chiama George, proprio come il protagonista del film del 2012, sempre interpretato da Trintignant, Oscar come miglior opera straniera-, George questa volta è il fondatore di un'azienda di costruzioni con tanta voglia di uccidersi. La figlia maggiore del patriarca, Anne (Isabelle Huppert), segue gli affari di famiglia e ha a che fare con l'immaturo figlio Pierre (Franz Rogowski) che beve troppo, ma alla fine si capisce che non lo ama più di tanto. Il fratello di Anne, Thomas (Mathieu Kassovitz) passa gran parte del suo tempo curando i suoi affari, mentre sua figlia Eve (Fantine Harduin) è una silenziosa ragazzina che esprime il suo disgusto filmando tutto. Per chiudere il quadro, il padre di Eve, Thomas si è risposato, ma passa gran parte del suo tempo a fare sesso digitale - tramite e-mail - con un'altra donna e, infine, la stessa Anne ha una relazione con un businessman inglese verso cui non prova nessun affetto.
«Certo che nel film ho messo anche i social-media fanno parte del mondo che è cambiato», dice ancora Haneke, due volte Palma d'oro, «ma spero non sia la cosa che si nota di più». Quanto al riferimento del film ad “Amour”, Haneke spiega: «Certo, c'è un nesso nella figura di George, ma anche in altri miei film accade questa cosa. A volte sviluppo un personaggio che poi riporto in altri miei film». Il fatto è, ribadisce il regista parlando ancora del nostro tempo, che «siamo bombardati da informazioni ma ci toccano solo in superficie, non vanno mai ad incidere davvero sulla nostra vita».
La Huppert, che ha lavorato ben sei volte con Haneke, dice di lui: «Quello che amo di Haneke è la varietà del suo cinema. Ha fatto film politici, storici e intimi e poi si interessa alla persona oltre che all'attore». Anche dal grande Trintignant meritevole di una da Palma, belle parole per Haneke:« ra i grandi maestri con cui ho lavorato, lui è il più grande interprete del New romance».
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