Herzl e il sogno di una patria in una ristampa di Carabba

La storica casa di Lanciano ripubblica il saggio “Lo Stato ebraico” del fondatore del sionismo a un secolo dalla sua prima edizione italiana
Cento anni fa una casa editrice abruzzese pubblicava per la prima volta in italia “Lo Stato ebraico” di Teodor Herzl, considerato il testo fondante del sionismo, il movimento che ha dato origine allo stato di Israele nato nel 1948. Il libro di Herzl appare in tedesco nel 1895, e nel 1918 la versione italiana vede la luce grazie alla Carabba di Lanciano.
Il volume nel 2016 è stato ripubblicato con una breve prefazione di Michael Segre, professore del dipartimento di Lettere dell’università d’Annunzio di Chieti-Pescara. La ristampa della Carabba ha avuto un buon riscontro, indice dell’attualità di un testo che ha innescato cambiamenti storici importanti. Tra l’altro l’unica altra edizione italiana reperibile è stata edita nel 1992 dalla genovese Il Melangolo. Rileggere oggi Herzl aiuta a comprendere cosa sia davvero il sionismo, come e perché sia nato, e in quale contesto storico e culturale si sia sviluppato, al di là dell’uso spregiativo che si fa del termine “sionismo” a fini propagandistici.
Herzl, giornalista ebreo di origine ungherese, opera sull’onda dell’emozione del caso Dreyfus in Francia, dove era corrispondente per un giornale austriaco. A fine ‘800 l’antisemitismo che “infettava” la società europea era ancora essenzialmente culturale, ma di lì a poco sarebbe diventato una pratica politica. Herzl individua così una soluzione radicale: un Stato proprio fuori dall’Europa.
«I “gentili” (come gli ebrei chiamavano i cristiani, ndr) consideravano gli ebrei a volte come religione o a volte come razza», osserva Segre, «ma per Herzl queste erano due considerazioni errate: lui vede gli ebrei come un popolo che ha una religione; mette a fuoco e fa chiarezza su questo punto. Nella società ebraica all’epoca si ragionava in maniera molto eterogenea: ad esempio in Italia o in Germania gli ebrei si sentivano italiani o tedeschi di religione ebraica, e consideravano i “gentili” semplicemente altri italiani o tedeschi di religione cattolica o protestante; altre comunità in Europa invece si tenevano maggiormente distinte dal resto della popolazione», continua il professore della d’Annunzio, «Herzl chiarisce che gli ebrei non sono una religione ma un popolo che vuole formare una nazione su un proprio territorio, anche se non era ancora convinto che quel territorio dovesse essere necessariamente la Palestina». A questo, infatti Herzl, accenna in un breve paragrafo intitolato “Palestina oppure Argentina?”, nel quale considera, sì, la grande spinta ideale che darebbe il Medio Oriente, ma allo stesso tempo taglia corto scrivendo che il territorio sarà «quel che verrà dato e quello per cui si dichiara la pubblica opinione del popolo ebraico».
La partecipazione dal basso è uno dei tratti socialisti che caratterizza lo Stato disegnato dal padre del sionismo, che muore nel 1904 e quindi vede bene poco di quanto ipotizza. Ma Herzl parla anche di giornata lavorativa di sette ore: un’idea che per l’epoca può essere definita “di sinistra”come poche, ed è perciò paradossale come oggi a sinistra, soprattutto in quella più estremista, ci si definisca “antisionisti”, accostando addirittura il sionismo al nazismo. «È un paradosso politico e assolutamente una forzatura», dice Segre al riguardo, «come paradossale è anche l’antisemitismo che nasce da movimenti basati su ignoranza, stupidità, superstizione: l’antisemitismo è inspiegabile! In Herzl si ritrovano idee socialiste, ma era anche un pacifista».
Nell’Europa a cavallo tra ‘800 e ‘900 il sionismo si presenta anche come una sorta di autodifesa dall’antisemitismo montante, e con la tragedia della Shoah diventa probabilmente una necessità. «Nasce come autodifesa, ma poi si sviluppa come movimento nazionale che non pensa solo all’autodifesa», spiega Segre, «ma all’esistenza e allo sviluppo di una nazione israeliana, che oggi si basa appunto più sulla nazionalità e meno sulla religione. Per molti versi possiamo dire che Herzl introduce una sorta di “pseudoreligione” laica, perché il sionismo è laico ed è basto sulla nazionalità, ragione per la quale molti ebrei religiosi ortodossi non vi si riconoscono». Singolare è il consenso che Herzl cerca tra i “gentili”, facendo leva sull’interesse che palesano molti nel liberarsi degli ebrei: «Anche questo è un paradosso, che si manifesta soprattutto negli anni ‘30», ricorda Segre, «quando si sviluppa una tacita collaborazione tra sionisti e nazisti, concordi nel convogliare gli ebrei verso la Palestina britannica: gli uni per trovarvi rifugio, gli altri perché volevano cacciarli».
Nell’accordo con i cristiani emerge la vena più pragmatica di Herzl, che però secondo Segre ha anche una grande carica utopistica e ideale: «Le sue teorie poggiano anche su una grande considerazione di sé», afferma il docente della d’Annunzio, «in pratica Herzl dice “lasciateci fare e vedrete che riusciremo a creare uno stato esemplare, e aiuteremo anche voi portando la bandiera di tutti i popoli”: e questo è una sorta di messsaggio biblico».
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