«Ho messo in musica le Femmine folli di von Stroheim...»

Il compositore aquilano Marco Taralli autore della colonna sonora di un classico del cinema muto in prima a Montecarlo
Un classico del cinema muto e le musiche di un compositore abruzzese: è il binomio dell’evento andato in scena, ieri sera, in prima assoluta nella Salle Garnier di Montecarlo. Il film è “Foolish wives” (Femmine folli) diretto e interpretato da Erich von Stroheim nel 1922, le musiche sono quelle composte, come colonna sonora della pellicola, da Marco Taralli, aquilano, 48 anni, ed eseguite dal vivo dall’Orchestra Filarmonica di Montecarlo, diretta da Philppe Beran. La pellicola è quella restaurata nel 1995 dalla Cineteca di Bologna. L’evento è stato realizzato in coproduzione con la Cineteca del Principato di Monaco.
«Scrivere musica da film», racconta Marco Taralli, «è molto diverso rispetto alla composizione di qualsiasi altra cosa, ma scrivere la colonna sonora del capolavoro di Stroheim è stata un’esperienza oltre che diversa, davvero unica. Ho inizialmente lavorato con l’apparente vicolo rappresentato da una serie di elementi fissi quali il carattere dei personaggi, già perfettamente delineato, l’atmosfera delle varie situazioni, l’evoluzione della storia, il ritmo della pellicola che Stroheim, quale genio insuperabile, ha saputo magistralmente condurre. Dico apparente perché nella sua perfetta costruzione, questi vincoli iniziai sono presto diventati dei meravigliosi pilastri sui quali poggiare l’architettura del mio lavoro. Questa grande capacità di raccontare l’animo umano e di descriverne il suo costante divenire nel tempo, è stata la chiave fondamentale per trovare una sintonia tra me e il grande maestro».
«Fin dal suo primo film, Stroheim si impose come una delle firme tra le più significative e più originali della settima arte, in grado di raffigurare con audacia crudele ed innato senso della mise en scéne tutte le passioni umane, dalle più candide alle più sordide», spiega Vincent Vatrican, direttore della Cineteca del Principato di Monaco. «“Foolish wives”, del 1922, “Greed”, del 1924, e “The wedding march”, del 1926, confermano la sua inclinazione per la descrizione della società della quale denuncia il cinismo e la cupidigia».
Ma qual è il rapporto fra Tarali e von Stroheim, il regista degli eccessi, morto nel 1957 a 72 anni, che a causa della sua indisciplina ai canoni della nascente industria cinematografica, fu esiliato da Hollywood, per farvi ritorno solo nel 1950 come interprete (era il cameriera di Gloria Swanson) in “Viale del tramonto” di Billy Wilder, un altro viennese (sebbene d’adozione) in esilio come lui. «Ho visto i suoi film», racconta Taralli, «con un’iniziale voracità che si trasformava ogni volta di più nel piacere edonistico di entrare dentro una storia raccontata per immagini: l’aspirante collaboratore del regista “che non c’è”è diventato un semplice spettatore. Tutto mi è diventato chiaro: Stroheim mi avrebbe indicato atmosfere, andamento, carattere, e così via per ogni istante del suo film. Ho iniziato, allora, a riscrivere la sua sceneggiatura in un mio personale story-board. Scena per scena, analizzavo luoghi, situazioni, personaggi: un gesto, uno sguardo, un’inquadratura diventavano naturalmente colore, ritmo,tema. E mi si chiariva sempre di più che Stroheim aveva voluto girare un film sulla finzione, sul travestimento finalizzato al raggiro, non solo perché i suoi personaggi fingono ruoli e identità, ma perché suona finta e inattuale – nel doloroso primo dopoguerra mondiale – l’illusione di ritornare alla spensieratezza di una belle-époque definitivamente tramontata. Attorno alla Place du Casino - ricostruita con fedeltà negli studi americani perché la finzione trionfasse anche nella cornice della storia – serpeggia il dolore, la povertà, il disagio di chi ha sofferto i danni di un conflitto. Davanti a me stava una pellicola muta e un regista morto da decenni con il quale dovevo collaborare. Solo ora mi rendo conto di non aver mai incontrato Erich von Stroheim, eppure, è più di anno che parlo con il maestro. Ho terminato la mia partitura, ho finito. Ma», conclude Marco Taralli, «ho ancora un’ultima domanda: gli piacerà?».
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