Houellebecq, il dolce addio dell’Occidente alla faticosa libertà

di Giuliano Di Tanna François Bayrou è un professore universario di 44 anni, specialista di Huysmans, lo scrittore di “A ritroso”, la bibbia del decadentismo. E’ sessualmente frustrato e infelice,...
di Giuliano Di Tanna
François Bayrou è un professore universario di 44 anni, specialista di Huysmans, lo scrittore di “A ritroso”, la bibbia del decadentismo. E’ sessualmente frustrato e infelice, François, ed è sua la voce narrante di “Sottomissione” (Bompiani, 256 pagine, 17,50 euro), il nuovo romanzo di Michel Houellebecq, che racconta una Francia del futuro prossimo, il 2022, in cui le elezioni presidenziali sono state vinte da Mohammed Ben Abbes, leader di Fraternitè musulmane, un partito islamico, alleato con i socialisti, la destra conservatrice e liberale di Ump e il partito di centro Udi. Il nuovo presidente musulmano sceglierà come primo ministro il centrista Francois Bayrou. E’ un romanzo di fantapolitica,“Sottomissione”, uscito, in Francia (dall’editore Flammarion in 150mila copie in prima battuta), nei giorni tragici della strage dei vignettisti del settimanale satirico, Charlie Hebdo, avvenuta a Parigi il 7 gennaio scorso. Ed è un romanzo in cui Houllebecq, 58 anni, torna sull’ossessione che è al centro della sua opera, il tramonto dell’Occidente, estenuato da due secoli di ragione illuministica; lo stesso tema delle “Particelle elementari” e di “Piattaforma”. La sottomissione del titolo è quella della Francia (e dell’Occidente), nata dall’Umanesimo e dai Lumi davanti alla forza “barbarica”, estranea cioè, dell’Islam. Ma l’atteggiamento dello scrittore francese verso questa capitolazione è diverso da quello assunto in un passato recente, nel 2001, quando Houellebecq bollò. l’Islam come «la religione più stupida». L’anno primo della nuova Francia islamica e post-illuministica non è, agli occhi di François, il narratore, un inferno dal quale i suoi compatrioti si ritraggono con terrore. Tutt’altro. La sottomissione – è questo il cuore tematico del romanzo – è una sorta di dolce, inevitabile resa al dio della Storia. Ma “Sottomissione” è anche un apologo sull’eccesso di libertà che, in Occidente, va generando una sorta di rigetto verso uno degli elementi del trinomio della Francia del 1789. Ad avvertire questa nausea è lo stesso autore che in una recente intervista al Corriere della Sera ha ammesso: «Della libertà l’uomo non ne può più, troppo faticosa. Ecco perché parlo di sottomissione». C’è un capitolo, in particolare, che racconta e spiega questa sorta di appeasement, di resa al nuovo ordine in nome (anche) del rigetto della libertà. Eccolo.
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«Quel breve slancio di speranza, si manifestò in un momento in cui, più in generale, la Francia ritrovava un ottimismo che non ricordava dalla fine dei Trente Glorieuses, mezzo secolo prima. I primi passi del governo di unione nazionale voluto da Mohammed Ben Abbes erano unanimemente salutati come un successo, finora nessun presidente della repubblica neoeletto aveva mai beneficiato di un simile “stato di grazia”, cosa su cui concordavano tutti i commentatori. Ripensavo spesso a ciò che mi aveva detto Tanneur, alle ambizioni internazionali del nuovo presidente, e notai con interesse un’informazione che in pratica era passata sotto silenzio: la ripresa dei negoziati per l’ingresso del Marocco nell’Unione Europea; quanto alla Turchia, era già stato deciso un calendario. La ricostruzione dell’impero romano era dunque in marcia, e in ambito nazionale Ben Abbes procedeva senza sbagli. La conseguenza più immediata della sua elezione era stata il calo della delinquenza, un calo di proporzioni enormi: nei quartieri più difficili, si era ridotta addirittura a un decimo. Un altro successo immediato era la disoccupazione, i cui dati erano in caduta libera. Era senz’altro dovuto all’uscita in massa delle donne dal mercato del lavoro — a sua volta legata alla notevole rivalutazione dei sussidi familiari, primo provvedimento adottato, emblematicamente, dal nuovo governo. In un primo momento, il fatto che il versamento fosse condizionato all’interruzione di qualsiasi attività professionale aveva fatto digrignare un po’ di denti a sinistra; ma, visti i dati della disoccupazione, i digrignamenti erano rapidamente cessati. Il deficit di bilancio non ne avrebbe neanche risentito: l’aumento dei sussidi familiari era interamente compensato dalla drastica diminuzione degli stanziamenti per il ministero della pubblica istruzione che in precedenza erano di gran lunga la posta più alta nel bilancio dello Stato».
«Nel nuovo sistema, l’istruzione obbligatoria valeva solo fino alla fine delle scuole primarie — ossia fino, all’incirca, all’età di dodici anni; veniva ripristinato il diploma di fine studi, che diventava il normale coronamento del percorso educativo. Da li in poi, si incoraggiava l’indirizzo dell’artigianato; quanto al finanziamento dell’istruzione secondaria e superiore, diventava interamente privato. Tutte queste riforme miravano a «restituire il suo posto e la sua dignità alla famiglia, cellula di base della nostra società», come avevano dichiarato il nuovo presidente della repubblica e il suo primo ministro in una strana allocuzione congiunta, in cui Ben Abbes aveva sfoggiato accenti quasi mistici, e in cui François Bayrou, con il viso illuminato da un ampio sorriso giulivo, aveva in sostanza interpretato il ruolo di Jean Saucisse, l’Hanswurst delle vecchie pantomime tedesche, che ripete in forma esagerata — e un po’ grottesca — ciò che ha appena detto il personaggio principale. Le scuole musulmane, ovviamente, non avevano nulla da temere: in materia di insegnamento, la generosità delle petromonarchie era da sempre illimitata. In maniera più sorprendente, certi istituti cattolici ed ebrei sembravano essere riusciti a cavarsi d’impaccio ricorrendo alla collaborazione di alcuni grossi imprenditori; in ogni caso, annunciavano di aver reperito i fondi e di essere pronti ad aprire per il nuovo anno scolastico. La brutale implosione del sistema di opposizione binario centrosinistra/centrodestra, che strutturava da tempo immemore la vita politica francese, aveva inizialmente sprofondato l’insieme dei media in uno stato di stupore al limite dell’afasia. Si era potuto vedere l’infelice Christophe Barbier, con la sciarpa a mezz’asta, trascinarsi miseramente da uno studio televisivo all’altro, incapace di commentare una mutazione storica che non aveva previsto — che nessuno, a dire il vero, aveva previsto».
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