I 120 battiti del cuore Aids, l’epoca della grande paura

21 Maggio 2017

CANNES. Centoventi batttiti al minuto scandiscono il ritmo della dance anni '90, quella cui abbandonarsi senza pensare ad altro, almeno per un po’. È la musica di un'epoca ma ancora oggi fa lo stesso...

CANNES. Centoventi batttiti al minuto scandiscono il ritmo della dance anni '90, quella cui abbandonarsi senza pensare ad altro, almeno per un po’. È la musica di un'epoca ma ancora oggi fa lo stesso effetto. Robin Campillo l'ha scelta per il titolo del suo terzo e atteso film “120 battements par minute”, ieri in concorso a Cannes, molto applaudito alla prima stampa e proiettato al Palmares. Campillo è lo sceneggiatore del bellissimo “La classe” (Entre les murs con la regia di Laurence Cantet, Palma d'oro 2008) e il ricordo è d'obbligo perché quello passato ieri al festival è un “La classe” trasferito nella comunità dei malati di Aids, gli attivisti di Act Up Paris, moltissimi omosessuali o persone sieropositive vittime dello scandalo delle trasfusioni di sangue infetto che in Francia (e in Italia) fece centinaia di vittime in quei primi anni '90. Si riuniscono ogni settimana in un'aula e fanno il punto della situazione, progressi della medicina attesi spasmodicamente da chi ha la vita segnata dall'Aids in quei tempi voracissimo e praticamente incurabile, ma soprattutto progettano proteste spettacolari come interrompere una conferenza di ricercatori scientifici tirando “bombe di sangue” oppure facendo irruzione nei licei distribuendo preservativi e manuali sulla prevenzione sessuale della malattia.
Attraverso questi incontri in cui si decide tutti insieme come agire siamo coinvolti nella storia di questi giovani, leggiamo nei loro occhi i dolori nascosti e i nuovi amori, vediamo il progredire della malattia e la morte di due di loro. L'affresco corale di un'epoca, un puzzle di voci molto coinvolgente finisce per avvolgere lo spettatore senza pietismo, anche quando le scene diventano intime, si trasferiscono in camera da letto o in ospedale. E il cast è formidabile: una classe di giovani attori francesi, a cominciare da Adele Haenel e Arnaud Valois, capaci di recitare con estrema naturalezza secondo uno stile proprio di Cantet. «Sono stato un'attivista anch'io in quegli anni», ha detto Robin Campillo, «un militante dell'associazione Act Up Paris, mi è capitato di trovare a vestire per il funerale un amico morto di Aids e avevo anche pensato di realizzarne un film, ma ero solo un giovane montatore e ho avuto paura. Ma sono stati anni cruciali della mia vita ed ora moltissimi anni dopo ho trovato il coraggio di ripercorrere quegli anni, senza per questo voler fare un documentario ma proprio un film di finzione seppure con storie assolutamente ispirate ai fatti accaduti».
Non c'è volutamente, ha sottolineato il regista, un'atmosfera d'epoca da film in costume: «L'ho pensato con un linguaggio legato al tempo che viviamo, comprensibile, non mi sono preoccupato come accade per i film in costume, di abiti e dettagli precisi. Volevo piuttosto che la storia della mutua solidarietà di questi giovani negli anni in cui ogni giorno era prezioso perché era il tempo dell'epidemia dell'Aids, ci raccontasse una storia di amicizia, di fraternità, di uguaglianza».
©RIPRODUZIONE RISERVATA