“I caduti di Cocullo”, storie di vittime della Grande Guerra

25 Maggio 2018

Scritto dalla docente abruzzese Giovanna Chiocchio il saggio racconta attraverso frammenti e testimonianze le vite dei giovani mai più tornati a casa

Il 23 maggio 1915, il governo italiano, presieduto da Antonio Salandra, dopo aver tentennato, si decideva a dichiarare guerra all'Austria, per conquistare Trento e Trieste. Una guerra che si sarebbe potuta evitare, dal momento che l'Austria si era dichiarata disponibile a cedere all'Italia le “terre irredente” in cambio della neutralità. Ma la linea interventista prevalse e la guerra, che sarebbe dovuta finire in poco tempo, si protrasse per ben 4 anni.
I morti furono 600.000. Cocullo, che contava allora 1.500 abitanti (a fronte dei 228 del 2016) diede il proprio contributo di sangue. Di quei giovani strappati alle famiglie e mandati al fronte, in 27 non vi fecero più ritorno. A ricordare il loro sacrificio, nella ricorrenza del centenario, un prezioso volume: “I caduti di Cocullo”, di Giovanna Chiocchio, docente cocullese, per diversi anni bibliotecaria della “Medicea Laurenziana” di Firenze.
L'opera non si limita però solo ai Caduti della Grande Guerra, ma comprende anche i 9 della seconda guerra mondiale. E' stato un lavoro di ricerca molto impegnativo. «Non mi è stato facile», ammette l'autrice, «narrare la breve, triste storia di ogni caduto, ricostruire le azioni nella zona in cui combattè, il Corpo cui appartenne, raccogliere, dopo tanto tempo, qualche cimelio, qualche testimonianza: una lettera, una foto, qualche racconto dei figli o dei nipoti o di un parente». Per ciascun caduto l'autrice ha riportato anche un estratto dell'albero genealogico della famiglia.
Ma qual era l'estrazione sociale di questi ragazzi mandati al macello? Nella stragrande maggioranza (19 su 36) erano braccianti, analfabeti o semianalfabeti. Che non sentivano la guerra e non ne capivano il significato. Per loro la patria si identificava con la famiglia e la terra che coltivavano. Solo uno, il tenente Giuseppe Franco, classe 1895, proveniva da una famiglia benestante. Fu ucciso da una granata sul Carso il 15 agosto 1916. Delle sue spoglie mortali si persero le tracce.
Giovani emigrati La metà dei caduti della Grande Guerra, al momento della chiamata alle armi, si trovava all'estero (Stati Uniti, Canada, Venezuela), dove era emigrata per sfuggire alla miseria. Per non finire in prigione, per diserzione, quasi tutti vi fecero ritorno e furono subito spediti nelle trincee. Crescenzo Chiocchio, 28 anni, sposato con una figlia, invece, dal Kennet (California) dove era emigrato per dare alla famiglia una vita migliore, non si mosse. Ma avendo preso la cittadinanza americana, si ritrovò, suo malgrado, a far parte delle truppe statunitensi impiegate sul fronte occidentale contro gli austro-tedeschi, sbarcate in Francia il 25 giugno 1917. Diciassette giorni dopo, a Epinonville, nelle Argonne, Crescenzo cadde in combattimento. Moriva così in terra straniera al servizio di un paese straniero.
Le vittime Un cenno particolare merita la vicenda dei fratelli Gioacchino e Giovambastista Panecaldo, caduti nella Grande Guerra, e dei fratelli Angelo e Tullio Sbordoni, caduti nel secondo conflitto mondiale. La grande aspirazione di Gioacchino, classe 1895, era quella di volare. Così a 18 anni si arruolò nell'Aviazione e l'anno dopo fu ammesso al corso per piloti. Allo scoppio della guerra però fu spedito al fronte nel Corpo degli alpini anziché in quello dell'Aviazione. Ferito in combattimento sul monte Ortigara, dove gli alpini si coprirono di gloria, morirà dopo qualche giorno, il 27 giugno 1917. Tre mesi dopo, sullo stesso campo di battaglia morirà anche il fratello. Il padre, Giustino, invano, cercò i loro resti. Dovette tornarsene casa con la disperazione di un genitore che di colpo perde i due figli maschi e non può abbracciare neppure lo loro spoglie. La guerra è anche questo.
Un destino per certi versi analogo capitò a Giacomo Sbordoni. I suoi due figli, Angelo e Tullio, entrambi bersaglieri, vi lasciarono la vita: il primo disperso in mare, il secondo in Russia. Angelo, che come il fratello faceva parte della Divisione Celere, nel luglio 1942, venne fatto prigioniero dagli inglesi a sud di El Alamein e imbarcato, insieme ad altri compagni di sventura, sul transatlantico "Laconia", diretto in Canada. Nell'attraversare l'Atlantico, la nave, il 12 settembre, fu colpita da due siluri lanciati da un sommergibile tedesco.
I soccorsi Avvicinatisi alla nave, per prelevare come da prassi il comandante, i tedeschi, ancora nostri alleati, dalle grida di aiuto, si resero conto che a bordo vi erano anche soldati italiani e avvisarono il comando. Immediatamente fu ordinato al sommergibile italiano "Cappellini" e ad altri due sommergibili tedeschi, che si trovavano nelle vicinanze, di intervenire per salvare «quanti più italiani possibili».
Disgraziatamente però l'opera di soccorso fu interrotta dal bombardamento di un aereo americano e il Laconia, con bordo 3.000 passeggeri e 1.800 prigionieri italiani, finì in fondo all'Oceano. Tre mesi dopo, il 19 dicembre, Tullio, la cui Divisione era schierata sul fronte del Don, fu ferito e dichiarato disperso. La moglie, Dora, con la quale Tullio mantenne una fitta corrispondenza e alla quale raccomandava che «fossero date ai figli un'istruzione e un'educazione adeguate», non si è però data mai per vinta e alla fine l'ha spuntata. Le autorità russe, infatti, sono riuscite a individuare la fossa comune dove Tullio era stato sepolto, recuperandone alcuni resti. Cosi il 30 aprile 2000, 58 anni dopo la tragica fine del giovane bersagliere, Croce al merito di guerra, arrivò a Cocullo una cassettina con un cranio, una piastrina di riconoscimento e tre bottoni: quel che rimaneva di Tullio. Ora egli riposa accanto alla sua Dora.
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