I “Dannati” di Melarangelo: l’arte come denuncia civile

13 Aprile 2023

Chiude sabato la toccante esposizione dell’artista teramano nella sua città natale Cinquanta opere per narrare gli ultimi della terra, nel segno del sociologo Fanon

TERAMO. Sono gli ultimi giorni per visitare la toccante mostra di Sandro Melarangelo “I dannati della terra”, allestita fino a sabato 15 aprile a Teramo nella sala espositiva comunale di via Palma. In mostra una cinquantina di opere realizzate in vari periodi dall’82enne pittore teramano, didatta, saggista e studioso di storia della Resistenza a Teramo, figlio e padre d’arte.
I Melarangelo sono una dinastia di artisti, dal capostipite Giovanni (1903-1978), al quale è stata dedicata dal Comune nel 2022 l’antologica a L’Arca “L’artista e i suoi percorsi”, ai nipoti Marino, pittore, e Alberto, storico dell’arte, passando per Sandro, loro padre.
La mostra, organizzata da Teramo Nostra e curata da Luciano Paesani, riannoda i temi della pittura di Sandro Melarangelo, della sua arte di denuncia civile e sociale, del suo grido indignato contro le sopraffazioni dell’uomo sull’uomo, ingiustizie, oppressioni. Nella prima sala sono presenti circa quaranta disegni a carboncino, realizzati tra il 2019 e il 2020, che raccontano lo sfruttamento sul lavoro, la violenza politica, la condizione della donna, il nazismo, l’emigrazione. È una narrazione degli ultimi, che dà voce a chi oggi come ieri è escluso dalla parola pubblica, braccianti, barboni, internati dei campi di concentramento, prostitute, madri sole, emigranti in cammino verso una speranza. Come i personaggi dell’opera guida della mostra, I dannati della terra” (pastello su cartoncino del 2019, esposto al Premio Sulmona), titolo mutuato dal saggio del 1961, Les dannés de la terre, dell’etnopsichiatra e sociologo martinicano Frantz Fanon, esponente della rivoluzione algerina e autore di saggi sul colonialismo.
Scrive Paesani «Raramente il compito dell’artista ha assunto una dimensione di denuncia come nella pittura di Sandro Melarangelo, superando i limiti della provocazione politica per farsi testimone del proprio tempo, un testimone scomodo, sempre pronto a non demordere coi suoi j’accuse». La violenza e le sue matrici, sottolinea il curatore, sono stavolta poste in secondo piano dall’artista, quasi avvolte in una nebbia, per lasciare in scena solo le vittime e la loro sofferenza.
Nelle altre sale sono presenti altre opere forti, dei primi anni Duemila, sempre dedicate ai disperati, tra cui Minatori, soggetto ricorrente nella produzione pittorica di Melarangelo, che anni fa dedicò una serie di creazioni ai poveri minatori abruzzesi di Marcinelle. «Il tema dell’impegno legato agli ultimi è portato a sintesi in questa mostra, recuperando pure opere del passato» spiega il figlio Alberto. Nell’ultima sala la tensione si placa negli affetti familiari, attraverso i ritratti. Dialogano l’autoritratto di Giovanni Melarangelo, gouache del 1946, e il ritratto fatto da questi al figlio Sandro bambino col cane Argo (olio del 1951); una delle prime prove di Sandro, Madre che cuce (olio del 1960) raffigura l’amata mamma Lidia Colonna, mentre con linguaggio già più autonomo e realista le si affianca il ritratto Annetta (1971) della moglie Anna Pepe, figlia del tenente Alberto Pepe, uno dei 44 eroi del campo di Unterlüss (ritratto nella sala dei carboncini). Orari 11-13 e 16-20, ingresso libero.