I due autori vastesi e l’infanzia fantastica che conquista l’Italia

24 Gennaio 2015

VASTO. Walter Benjamin scriveva che «compito dell’infanzia è ricordare il nuovo». Ma in cosa consiste questa novità da ricordare se non nella missione che ogni vita umana ha di avverare nient’altro...

VASTO. Walter Benjamin scriveva che «compito dell’infanzia è ricordare il nuovo». Ma in cosa consiste questa novità da ricordare se non nella missione che ogni vita umana ha di avverare nient’altro che se stessa? È con grazia insolente e memorabile che tale compimento viene descritto ne “L’estate del cane bambino” (66th and 2nd, €16), l’esordio letterario, scritto a quattro mani, dei vastesi Mario Pistacchio e Laura Toffanello. Del libro, che ha conquistato velocemente i lettori dell’intera penisola, ci parlano gli autori.

Vittorio, Ercole, Michele, Stalino, Menego, e un cane, Houdini, che forse era un bambino. Sei personaggi e una storia incredibile…

«Di 5 amici alle porte dell’adolescenza, 5 rubacuori incalliti, 5 avventurosi cavalieri a cavallo di una bici scassata, una sigaretta in bocca rubata ai genitori e in tasca il sogno di diventare grandi. Abitano a Brondolo, paesino nell’entroterra di Chioggia. È il 1961, ma lì si vive come cent’anni prima. Michele vorrebbe diventare un giocatore dell’Inter, Menego partecipare al Cantagiro, Ercole andarsene in America, Stalino fare l’astronauta e Vittorio è ancora alla ricerca di un sogno da realizzare. Forse vorrebbe essere un eroe come suo nonno, o come Tex Willer. Forse. Poi, un giorno, tra un lavoretto per i genitori e una partita di pallone, un bambino scompare e al suo posto in paese appare un cane nero. “L’estate del cane bambino” ricalca i meccanismi del genere fantastico: mantenere i personaggi, e con essi il lettore, in bilico il più a lungo possibile tra una spiegazione naturale e una sovrannaturale degli eventi».

Storia che intende rievocare “l’ultima estate”, la notte dei coltelli della memoria dove forse l’infanzia si perde. O si ritrova?

«L’infanzia è una terra straniera, è la casa che è stata venduta per due soldi. Forse in tasca hai ancora le chiavi della porta, ma sai benissimo che lì dentro non abita più nessuno, i fili del telefono sono stati tagliati troppo tempo fa. Siamo cresciuti in fretta, in anni e città diverse, navigando il corso dei canali dentro un mastello per i panni, o sgasando in sella alla bici di un cugino più grande. Ma quel canale, quella bici, erano il Mississippi di Huck Finn e il chopper di Peter Fonda. Erano l’unica cosa che contasse veramente, la libertà, la fuga, la rivolta. Scrivendo “L’estate del cane bambino” sono tornate a esserlo. Ma il coraggio di essere ragazzini, quello vero, è perso per sempre. L’infanzia finisce appena ti sbattono in faccia che nella vita e nel mondo non c’è niente di eroico. Nessuna guerra da combattere, nessun traguardo da raggiungere».

Sullo sfondo una remota e contadina provincia piemontese dei primi anni ’60. Che avete immaginato come?

«Non l’abbiamo immaginata, ma ricostruita andandoci di persona, parlando con la gente del posto, ascoltando. Volevamo camminare nelle loro scarpe, essere onesti, imparare a suonarla bene, la canzone, per poterla dimenticare e dopo farla a modo nostro».

Qual è il prezzo di scrivere una storia a quattro mani?

«Ancora una volta la rinuncia. Quando si scrive, si crea un mondo autonomo di cui si è signori e padroni assoluti. Un mondo in cui si è Dio. Scrivere in due è più democratico. E in democrazia, bisogna dimenticarsi di sé, della propria vanità, dei tic personali, delle idiosincrasie e prendere decisioni per il bene comune, che in questo caso è il bene della storia».

©RIPRODUZIONE RISERVATA