I Fiori del male In mostra a Chieti le storie della follia

1 Febbraio 2017

CHIETI. Maria Isabella aveva 53 anni, era «cattolica, contadina, vedova, analfabeta». Finì in manicomio per volere dei parenti, perché la sua «sfrenata libidine la rendeva oggetto di scandalo per la...

CHIETI. Maria Isabella aveva 53 anni, era «cattolica, contadina, vedova, analfabeta». Finì in manicomio per volere dei parenti, perché la sua «sfrenata libidine la rendeva oggetto di scandalo per la pubblica morale». E qui, da «alcuni restauratori della morale pubblica e della scienza psichiatrica», fu sottoposta a «solitudine, digiuno, capestro e flagello». Le donne in manicomio rappresentano uno spaccato a sé della condizione femminile durante il ventennio fascista, che voleva le tutte donne massaie feconde votate alla maternità. Un modello dal quale era difficile sfuggire, pena lo stigma sociale, il disonore, il manicomio. Ci finivi se eri «instabile, incoerente, stravagante, capricciosa, eccitata, insolente, indocile, nervosa, erotica, bugiarda, irrequieta, civettuola». Con quei canoni, oggi, le donne sarebbero tutte rinchiuse. È una storia che sconvolge, quella raccontata nelle settemila cartelle cliniche che Annacarla Valeriano e Costantino Di Sante hanno ripreso dagli archivi del manicomio di Teramo, che parlano di un periodo compreso tra il 1881 e il 1947. Una storia che ora vive in una mostra, “I fiori del male - Donne in manicomio nel regime fascista”, che sarà inaugurata domani a Chieti, nei locali del liceo “G.B.Vico” alle 17,30. A Roma, la mostra realizzata dalla Fondazione Università degli Studi di Teramo in collaborazione con il Dipartimento di Salute Mentale della Asl e l’Archivio di Stato, ha già registrato in un mese più di tremila presenze certificate. A promuovere l’evento è l’associazione Chieti Nuova. Interverranno Paola Di Renzo, rettore del Convitto nazionale e preside del liceo “G. B. Vico”,Antonello De Berardinis, direttore dell'Archivio di Stato di Chieti, gli studenti del Liceo classico. «L’idea di realizzare una mostra sulle donne ricoverate in manicomio durante il periodo fascista», dicono i curatori, «è nata dalla volontà di restituire voce e umanità alle tante recluse che furono estromesse e marginalizzate dalla società dell’epoca. Durante il Ventennio si ampliarono i contorni che circoscrivevano i concetti di emarginazione e di devianza e i manicomi finirono con l’accentuare la loro dimensione di controllo e di repressione; tra le maglie delle istituzioni totali rimasero imbrigliate anche quelle donne che non seppero esprimere personalità adattate agli stereotipi culturali del regime o non assolsero completamente ai nuovi doveri imposti dalla rivoluzione fascista». Ma nelle maglie del sistema manicomiale finirono anche le bambine. Alcune di loro erano semplicemente povere. «Ci è sembrato importante», aggiungono ancora i curatori, «raccontare le storie di queste donne, rinchiuse nell’ospedale psichiatrico Sant’Antonio Abate di Teramo, a partire dai loro volti, dalle loro espressioni, dai loro sguardi in cui sembrano quasi annullarsi le smemoratezze e le rimozioni che le hanno relegate in una dimensione di silenzio e di oblio». Praticamente, il burqa elevato a potenza.

©RIPRODUZIONE RISERVATA