I tabù di Greenaway Julianne senza ricordi e le liti di Archibugi

Gioco al massacro in un salotto borghese, con parodia tanto della sinistra fighetta che della coattaggine borgatara. La commedia di Francesca Archibugi "Il nome del figlio" prende in giro tutti, a...
Gioco al massacro in un salotto borghese, con parodia tanto della sinistra fighetta che della coattaggine borgatara. La commedia di Francesca Archibugi "Il nome del figlio" prende in giro tutti, a destra e a sinistra. Prende le mosse dal fortunato film francese "Cena tra amici" di Matthieu Delaporte e Alexandre de la Patellière, autori anche della precedente pièce "Le Prénom", ma non è proprio un remake.
Anche qui due coppie, un bebé in arrivo, e la scelta del nome per il nascituro con un putiferio di rimproveri, rancori, recriminazioni. Paolo (Alessandro Gassmann), tronfio agente immobiliare, e la moglie Simona (Micaela Ramazzotti), bella di periferia, autrice di un libercolo osé, vanno a cena dalla sorella di lui, Betta (Valeria Golino), insegnante, e dal cognato Sandro (Luigi Lo Cascio), scrittore engagé e professore universitario precario. Al quartetto si aggiunge il musicista Claudio (Rocco Papaleo), amico di sempre. Paolo e Betta, cognome Pontecorvo, famiglia ebrea, sono figli di un parlamentare di sinistra. Apriti cielo perciò quando Paolo annuncia di voler chiamare Benito il figlio.
Una famiglia più coesa è al centro di "Still Alice", dramma diretto da Richard Glatzer (nel frattempo colpito da Sla) e Wash Westmoreland. Il marito (Alec Baldwin) e i tre figli di Alice Howland (Julianne Moore), insigne docente di linguistica alla Columbia University, dopo un primo comprensibile sbandamento fanno infatti quadrato intorno a lei quando alla donna viene diagnosticato un Alzheimer precoce. "Still Alice" è un film coraggioso nel seguire la discesa nella malattia e le conseguenze che essa ripercuote sulla famiglia e sul lavoro.
A due anni dal passaggio al Festival di Roma arriva in sala il raffinato e crudele "Goltzius and the Pelican Company" di Peter Greenaway, film per stomaci forti. Per il regista e pittore britannico il cinema è arte figurativa, ogni inquadratura un tableau vivant, e in quest'opera – che riflette su erotismo, sessualità, pornografia, tabù, e sulla loro rappresentazione, nonché sulla mercificazione dell'arte – si assiste alla perfetta sintesi in immagini della sua idea di cinema, grazie anche a raffinatezze tecnologiche. Nel tardo Cinquecento il tipografo olandese Hendrik Goltzius (Ramsey Nasr), incisore di stampe erotiche, convince il margravio d'Alsazia (Murray Abraham) a finanziargli, comprando una macchina da stampa, la realizzazione di un libro illustrato su alcune controverse storie del Vecchio Testamento.
In cambio Goltzius e la sua Pelican Company allestiranno per la corte gli episodi biblici di Lot e le figlie, Davide e Betsabea, Sansone e Dalila, Salomè e Giovanni Battista, e altre ancora. La realistica rappresentazione dei racconti legati a tabù come incesto, adulterio, pedofilia, prostituzione, necrofilia, scatena reazioni inattese. Nel cast anche, tutti ignudi, Pippo Delbono, Giulio Berruti, Flavio Parenti. Musica, bellissima, del quintetto italiano Architorti.
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