Il cervo ferito dal branco «I cani si avvicinarono e si misero intorno...»

6 Agosto 2017

« Al chiarore lunare il suo mantello assumeva riflessi argentei  Lo attaccarono mentre elevava alla luna l’ ultima richiesta d’aiuto» 

A notte fonda, con il cavalletto ripiegato sotto il braccio e i fogli da disegno, uscì dal suo alloggio poco distante dagli scavi. Era al seguito degli archeologi come disegnatore, ma temeva di essere sostituito dalle macchine fotografiche, così aveva pensato di riproporsi come pittore di paesaggi con rovine, un genere di gran moda. Arte finalmente.
C’era luna piena. La città millenaria che tornava alla luce dopo il lungo oblio gli si sarebbe mostrata nel suo aspetto più romantico. Niente turbava la tranquillità di quei luoghi, nessuna figura umana era in vista. Costeggiando il tempio di Artemide, considerò che era rimasto ben poco di una delle meraviglie del mondo antico. Solo il basamento, una colonna, e poi trascurabili resti di fregi e capitelli. Eppure, nel vago chiarore lunare, quell’unica colonna gli parve un soggetto di un certo fascino.
Mentre si inerpicava sul fianco di una collinetta in cerca della prospettiva migliore, udì i latrati di un branco di cani famelici. Si acquattò dietro un cespuglio e attese col cuore in gola.
Si stabilì un silenzio agghiacciante. Guardò spostando il fogliame; la luna gli sembrò più luminosa, e i particolari della scena più evidenti. Sul basamento del tempio comparve una figura anomala in quel luogo. Era un grande cervo sfiancato dalla corsa, con magnifiche corna da cui sgocciolava un liquido scuro. Al chiarore lunare il suo mantello assumeva riflessi argentei. I cani si avvicinarono ringhiando e gli si disposero intorno in cerchio. Il cervo sfondò la formazione cercando asilo vicino all’unica colonna, incalzato dal branco famelico. Lo attaccarono ai fianchi, mentre elevava alla luna il suo bramito, ultima richiesta d’aiuto.
La luna lo esaudì. Incredulo, l’osservatore si sporse per guardare meglio. Era comparsa una figura di donna. Con una frusta disperse i cani e lui non poteva udire la sua voce, ma la vedeva bisbigliare dolcemente all’orecchio del cervo tremante. I cani si riaccostarono e le si accucciarono intorno uggiolando.
Era alta, vestita di un corto chitone allacciato solo su una spalla, ondeggiante alla brezza, che ogni tanto aveva l’ardire di scoprirle le cosce. Calzava sandali con cinghie intrecciate fin sopra i polpacci, alla spalla sinistra portava appesi arco e faretra. Attorcigliò la frusta servendosi di una sola mano, e poi se la appese alla cintola. Sembrava un gesto compiuto infinite volte... Il chiarore lunare metteva in evidenza la carnagione lattea delle spalle e del piccolo seno destro scoperto e il biondo cinerino dei capelli corti riccioluti. Non indossava ornamenti femminili.
Aveva scordato la paura, lui, e uscì dal riparo, ma i cani non lo degnarono di attenzione. La cacciatrice accarezzava il cervo ferito, docile accanto a lei, e dal suo atteggiamento sembrava che quel luogo in rovina le appartenesse, che stesse riposandosi nella sua dimora.
Quello era il soggetto, non avrebbe mai osato sperare tanto. La fortuna lo baciava, sentiva che il sacro furore dell’arte si era impossessato di lui. Piazzò il cavalletto.
La mano sembrava dotata di vita propria, correva sul foglio senza posa col carboncino e lui guardava stupito la sua opera, non credeva di poter raggiungere una tale perfezione. Il disegno era già impostato a grandi linee... la colonna, le sagome dei cani, il cervo maestoso, la cacciatrice. La sua figura armoniosa era pronta, il candore della pelle reso da un gioco sapiente di ombre e di luci. Ma l’ovale del viso era vuoto... Non si era mai voltata verso di lui, pareva evitarlo.
E ora sembrava che avesse chiamato i cani a raccolta e, con una mano poggiata sul dorso del cervo, stesse godendo ancora per poco di quel luogo a lei caro, mentre si preparava a riprendere il cammino.
Fu preso dal panico, sapeva che nessun volto immaginato da lui sarebbe stato idoneo alla sua figura, come nessuna bellezza creata da lui avrebbe potuto starle a pari. E intanto continuava a disegnare, forsennato. Molti particolari erano stati aggiunti, le muscolature dei segugi, le corna del cervo, le scanalature dell’unica colonna, i capitelli a terra, un ulivo malinconico, un muro diroccato...
Lo schizzo che ne avrebbe fatto il re dei salotti era quasi pronto, ma ormai lui non pensava più agli altri, disegnava per sé.
Poi lei cominciò a muoversi per andarsene...
“No! No!” sussurrava la sua voce dentro di lui. Aveva paura a far rumore, temeva che la visione si dileguasse senza ritorno.
La cacciatrice fece altri passi. “No!” supplicò lui a voce alta. “Ti prego, voltati verso di me. Voltati! Mostrami il tuo viso, fosse l’ultima cosa che vedo.”
Lei si fermò girandosi verso il fianco della collina.
C’era qualcosa di virile nel suo volto pallido che, dolce e gentile, allo stesso tempo denotava assoluta fermezza. Lo guardò con la stessa affettuosa condiscendenza che riservava al resto. Pareva che anche lui ormai facesse parte di quei luoghi, che erano sua dimora.
Con rapidi segni lui immortalò la serenità del viso e lo splendore degli occhi luminosi di saggezza. Mancava solo qualche ombra, ma l’estro lo abbandonò. Stava perdendo ogni abilità. Il carboncino cadde. Come era possibile, perché... e vide che la mano gli era diventata corta e pelosa. Le unghie spesse raspavano sulla carta, dalla gola gli scaturì un ringhio rabbioso. Il foglio volò via e scomparve lontano.
La brezza gli portò l’odore del cervo ferito. Con un triste ululato di richiamo raggiunse il branco e cominciò la sua corsa.