Il cinema compie 120 anni Ma il suo futuro non è più sul grande schermo

28 Dicembre 2015

Il 28 dicembre del 1895 a Parigi i fratelli Lumière tennero la prima proiezione al Salon Indien del Grand Cafè

di Anna Fusaro

Ha scritto Jean-Luc Godard: «Louis Lumière era, tramite gli impressionisti, discendente di Flaubert e anche di Stendhal, il cui specchio portò nelle strade».

Il 28 dicembre 1895 è la data ufficiale di nascita del cinema, arte veloce, arte meccanica, settima arte, arte del Novecento. Una storia lunga 120 anni, che è anche la storia delle nostre vite. La prima rappresentazione cinematografica pubblica e a pagamento (un franco il prezzo del biglietto) ebbe luogo a Parigi, nel Salon Indien del Grand Cafè, al civico14 del Boulevard des Capucines, a opera di Louis Lumière (nomen omen, lumière significa luce), titolare col padre Antoine e il fratello maggiore Auguste di un’industria fotografica a Lione. Già il 13 febbraio Louis aveva brevettato un apparecchio per la ripresa e proiezione di immagini fotografiche animate, le cinématographe. A marzo la prima proiezione, sia pure per la ristretta platea della Società per l’incoraggiamento dell’industria nazionale: in quell’occasione fu proiettato “L’uscita dagli stabilimenti Lumière a Lione”. Invece, nel programma della proiezione del 28 dicembre ben dieci vedute animate, ognuna della durata di poco meno di un minuto: tra esse l’uscita dalla fabbrica, il pasto di un bebè, un bagno in mare, lo scherzo di un monello in giardino. Questo piccolo episodio in particolare, “L’arroseur arrosé” (l’innaffiatore innaffiato), viene considerato il primo film “a soggetto”, oltre che il primo film comico, della storia del cinema.

Le prime vedute dei Lumière, riprese da Louis con l’aiuto di Auguste, si limitavano infatti a registrare e riprodurre la realtà fenomenica, ma nel caso dell’“Arroseur” si assisteva per la prima volta a una piccola storia, a un’operazione, sia pur minima, di narratività. Al suo debutto il cinematografo fu inteso dai Lumière e dallo stesso pubblico di quelle prime affollate proiezioni semplicemente come una novità scientifica. E anzi, il vecchio Antoine Lumière, padre di Louis e Auguste, aveva sentenziato che l’invenzione non aveva avvenire commerciale. Ma fu presto smentito dai fatti. Le proiezioni del Cinématographe Lumière erano sempre affollate, e quando nel gennaio del 1896 fu proiettato “L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat” (con gli atterriti spettatori convinti che il convoglio stesse per piombare su di loro) fu chiaro il potere illusorio e fantasmagorico del nuovo medium.

Da allora l’invenzione di Louis Lumière, che aveva portato a sintesi secoli di studi sulla riproduzione della realtà in movimento, dalla camera oscura di Leonardo in poi, dilagò dalla Francia negli altri Paesi, Stati Uniti per primi, finendo per costituire insieme all’automobile il simbolo di quei grandi mutamenti tecnologici che stavano portando alla meccanizzazione della vita, sociale e individuale.

Tra i primi entusiasti spettatori degli spettacoli dei fratelli Lumière c’era Georges Méliès (ma tra i pionieri della settima arte non va dimenticato Ferdinand Zecca). Dell’autore del “Viaggio nella Luna” (1902), primo film di fantascienza, lo scrittore e critico cinematografico Paul Gilson scrisse: «Jules Maray (il fisiologo inventore nel 1882 della cronofotografia, ndc) e i fratelli Lumière avevano dato il movimento. Méliès fu il primo a liberare le fate». E ancora, se Lumière è stato il Gutenberg del cinema, Méliès ne è il Faust o il Cagliostro, come è stato detto dallo storico del cinema Claude Beylie.

Al cinema delle origini di Lumière e Méliès ha reso omaggio nel 2011 Martin Scorsese con il pluripremiato “Hugo Cabret”, favola che rivela tutto l’amore del maestro newyorchese per la settima arte e la sua magia, con tante citazioni: da “L’arrivée d’un train à La Ciotat” alla ricostruzione dei set di Georges Méliès, figura centrale del film (interpretato da Ben Kinglsey), a un altro campione dell’arte muta, Harold Lloyd.

Dal cinema muto, che negli anni Dieci vide la nascita del kolossal storico (con l’italiano “Cabiria” di Giovanni Pastrone, 1914, arrivato due anni prima dell’americano “Intolerance” di David Work Griffith) e di Hollywood e dell’industria cinematografica, la settima arte non ha mai smesso di evolversi, nella tecnica e nel linguaggio. Realizzando, unico prodotto della creatività, quell’opera d’arte totale vagheggiata dal compositore Richard Wagner: unione e sintesi di tutte le arti visive e di letteratura, musica, danza, melodramma. Sebbene minacciato dalla pirateria e dal rimpicciolirsi degli schermi della fruizione individuale (dal pc al tablet allo smartphone, e tra un po’ lo smartwatch), il cinema resta tuttavia il divertimento più popolare e a buon mercato, e continua a esercitare il suo potere di attrazione sulle folle. Sarà che questo spettacolo “bigger than life” è in grado di costruire con il suo apparato uno stato di sogno nello spettatore (come sottolineano gli studi psicoanalitici del cinema) e di soddisfare l’eterno bisogno dell’uomo di storie.

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