“Il corpo del vento”, raccolta di versi del poeta abruzzese Di Donato

8 Luglio 2021

C’è un momento costante nelle immagini della condizione umana che Leandro Di Donato (apprezzato poeta di Nereto, nel Teramano, dove anima anche varie iniziative culturali) consegna alla nuova...

C’è un momento costante nelle immagini della condizione umana che Leandro Di Donato (apprezzato poeta di Nereto, nel Teramano, dove anima anche varie iniziative culturali) consegna alla nuova raccolta intitolata Il corpo del vento (Di Felice Edizioni, Collezione Il Gabbiere diretta da Sante De Pasquale, lettera introduttiva di Anna Maria Farabbi); questo istante è quando, come in una sollevazione, il poeta è portato a cogliere una valenza che gli pare simbolica, o meglio rappresentativa, dell’uomo e che in quanto tale parla al suo cuore. Può essere un oggetto a ispirarlo: “Una rosa è una rosa/ se sai ascoltare/ il racconto delle sue spine./ Una rosa non è mai solo una rosa”. Un luogo: “Via della Pietà,/ galleria silenziosa di assenze,/ finestre chiuse e porte ferme/ nell’abbraccio di una partenza lontana,/ senza echi di ritorni”. Un ricordo d’infanzia “Solo, ora, cerco le vie delle lucertole e delle formiche,/ universi di misteri con cui abbiamo impastato le corse/ e i giochi lungo le arcate delle attese e delle prove”. Una linea di riflessione… burocratica per aver diritto a esistere: “È scaduto il mio permesso di soggiorno/ nella città delle illusioni./Proverò a chiedere un rinnovo”. È spesso una poesia animata da una contemplazione etica della realtà, che si leva come una trenodia a occuparsi di guerra, schiavitù, migranti: “Navigano barconi neri carichi di perché oscuri/ navigano le loro paure e le nostre/ e domande che bruciano occhi ed ossa/ nel tempo che divide loro e noi con lame di coltello”. E c’è un bellissimo canzoniere d’amore, svolto in forma di dialogo con la persona amata, appassionato e a volte amaro (“Trovale tu questa mattina/ le parole/ da piantare sul davanzale della finestra;/ a me non s’apre il giorno/ e il saluto della notte/ rimane fermo e incompiuto,/come una bandiera senza vento”). C’è la riflessione – memore di Montale, Saba, Sbarbaro – sul privilegio della parola quale chiave di accesso all’essenza dell’uomo e della quale il poeta è il custode: “Le parole lanciate come dadi/ rotolano a terra senza girarsi./ La scommessa non trova/ più i suoi numeri”.