Il David a Palmerini, il fonico aquilano che ama la montagna

Il riconoscimento per il suono del film “Le otto montagne” «Girare in Nepal è difficile, ha pagato il lavoro di squadra»
L’AQUILA. «Ho dormito solo due ore. Spero di riuscire a leggere i tantissimi messaggi ricevuti e a ringraziare tutti. L’abbraccio ricevuto è stato sorprendente».
Il risveglio, dopo un brevissimo riposo, è stato dolce per Alessandro Palmerini, il fonico aquilano vincitore due sere fa a Roma del David di Donatello nella categoria miglior suono insieme ad Alessandro Feletti (post-produzione) e Marco Falloni (mix) per il film “Le otto montagne” dei registi belgi Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeers, dal romanzo di Paolo Cognetti, interpreti Luca Marinelli e Alessandro Borghi.
Per il bravissimo tecnico del suono, classe 1977, maestro della presa diretta, formatosi nell’aquilana Accademia dell’Immagine e cresciuto sul set con importanti registi, da Amelio a Bertolucci, da Martone ad Archibugi, figlio del giornalista e scrittore Goffredo Palmerini, è la seconda statuetta dopo quella conquistata nel 2013 con “Diaz” di Daniele Vicari, che gli fruttò pure un Nastro d’Argento.
«Proprio questa mattina (ieri, ndc), appena sveglio, realizzavo che son passati dieci anni dal David per “Diaz”. Ma l’emozione è la stessa. Ed è stata un'emozione forte lavorare a un film che ha unito le mie due grandi passioni, cinema e montagna» ribadisce Palmerini al Centro, sottolineando quanto detto sul palco della 68ª edizione dei David, nei Lumina Studios e in diretta Rai1.
Si aspettava il riconoscimento? Chi “temeva” nella cinquina?
«Già essere candidati è un grosso riconoscimento. Tutti i film e i colleghi nella cinquina erano espressione di grande qualità e professionalità, di eccellenza nel lavoro. Poi le dinamiche del voto sono imprevedibili, ma ho vissuto tutto con serenità e leggerezza.
Certo, sul palco prende il sopravvento l’emozione, anche perché la platea è illuminata e vedi tanti registi e attori che ti sorridono in attesa delle tue parole. Senza aver preparato nulla, spero di aver detto cose corrette e non noiose. Chi “temevo”? In realtà non è giusto dire così, perché già stare lì è un successo. Poteva vincere chiunque della cinquina e lo avrebbe meritato, e io lo avrei applaudito con piacere».
Cosa porta con sé della serata, oltre la stauetta?
«L’emozione vera della serata è legata al film e a quello che è riuscito a comunicare a tanti spettatori. Le emozioni che abbiamo vissuto sul set sono arrivate anche in sala, dove “Le otto montagne” è rimasto a lungo. La montagna è la mia passione, sono nato all’Aquila, vivo le nostre montagne e sono stato con spedizioni aquilane in Himalaya».
Avete girato in condizioni difficili. Che tipo di lavoro avete fatto coi registi?
«Felix e Charlotte hanno impostato modalità di ripresa molto realistiche. La loro impronta è molto europea, quasi documentaristica in quel voler arrivare all’essenza delle cose. Se la sceneggiatura prevedeva una scena di notte a duemila metri di quota veniva girata esattamente così. In Nepal abbiamo vissuto la vita di Pietro, che lui racconta all’amico Bruno. È stato un lavoro fatto di sensibilità e questo ha consentito di trasmettere le sensazioni ed emozioni, anche sonore, del film. Un film complesso realizzato da una troupe di persone disponibili, che si sono totalmente spese in questo lavoro».
A lei in particolare cosa hanno chiesto i registi? E quanto è stato difficoltoso e faticoso il suo lavoro?
«Abbiamo parlato subito del suono del film, ragionando sulla costruzione emotiva del suono, quindi non solo nei dialoghi attoriali, ma anche il suono della natura, dei vari ambienti. Il sabato e domenica salivo in montagna con l’attrezzatura nello zaino per registrare il suono della natura e portare materiale emotivo al film. Per esempio, il respiro del vento che scandisce il film. Abbiamo girato nell’arco delle stagioni nel 2021, dalla Val d’Ayas al Nepal, in tutte le condizioni, a 4.300 metri, su un ghiacciaio, sotto la pioggia, col vento, la neve. Un conto è stare a Roma e girare in un teatro di posa e ricreare i luoghi con gli effetti digitali, un conto girare sul posto, su terreni scoscesi, con le temperature giù di colpo al tramonto. Ma respirare e vivere quella atmosfera e quella profonda amicizia, la presenza degli ambienti naturali nella loro essenzialità, coi loro suoni, ha contribuito a creare la temperatura emotiva del film. È stato faticoso, ma fatica e impegno della troupe sono arrivati allo spettatore».
Suo padre cosa le ha detto dopo il premio?
«Papà è contento del riconoscimento, sapendo del tanto lavoro che c’è dietro. La famiglia mi ha sempre accompagnato e sostenuto. Mia moglie Margherita si è fatta carico dei nostri tre figli e di un’organizzazione familiare che poteva andare in crisi con un impegno di un anno che mi avrebbe portato da Torino al Nepal alla Val d’Ayas, ma è stata lei a spronarmi dicendomi: “Troveremo una soluzione. Quando ti ricapita un’occasione che mette insieme le tue passioni?”».
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