Il giornalismo Usa contro il potere E il duce redivivo

The Post con Hanks e Streep, il ritorno di Mussolini matrimoni francesi, draghi e labirinti mortali
«La libertà di stampa è al servizio dei governati, non dei governanti»: la solare affermazione di un giudice in “The Post” dovrebbe essere tenuta bene a mente dai politici di ogni latitudine. Il nuovo film di Steven Spielberg, sorretto dai mostri di bravura Meryl Streep e Tom Hanks, è una dichiarazione d’amore al giornalismo classico d’inchiesta e ai valori democratici americani, con evidente messaggio al presidente Trump. La vicenda raccontata si svolge nel 1971, sotto la presidenza Nixon, quando, senza lasciarsi intimidire dal potere, il Washington Post decise di pubblicare l'indagine sui Pentagon Papers, dossier segreti sulla guerra in Vietnam. L’inchiesta era stata avviata dal New York Times, che aveva scoperto gli scottanti documenti messi insieme (7mila pagine) dal segretario alla difesa McNamara. Il Nyt aveva poi lasciato cadere l’indagine obbedendo all’ordine di Nixon di non pubblicare carte governative che testimoniavano gli inganni all’opinione pubblica di quattro presidenti sulla guerra in Vietnam. Il Washington Post riprese i fili dell’inchiesta e non si fermò. La difficile decisione di andare avanti, rischiosa per il futuro del giornale, venne coraggiosamente presa dall’editrice Katharine Graham (Streep), prima donna alla guida di una testata americana, e dall’ambizioso direttore Ben Bradlee (Hanks). I due decisero di riaffermare la libertà di stampa, disobbedendo alla politica e ai potentati finanziari. L’anno dopo il Washington Post fu protagonista di un’altra clamorosa inchiesta, il caso Watergate, che portò alle dimissioni di Nixon: vicenda raccontata in “Tutti gli uomini del presidente” (1976) di Alan Pakula, con Bradlee impersonato da Jason Robards e Robert Redford e Dustin Hoffman nei panni di Bob Woodward e Carl Bernstein, i giornalisti che indagarono sul caso, evocato dal finale di “The Post”.
Acceso nemico della libertà di stampa era Mussolini, protagonista della tragicommedia grottesca “Sono tornato” di Luca Miniero, con Massimo Popolizio assai efficace nel rendere l’istrionismo del duce. Remake del tedesco “Lui è tornato” (2015), in cui si immaginava il ritorno di Hitler. Come lì accadeva al Führer, anche qui il dittatore, piombato nella Roma multietnica di piazza Vittorio, viene scambiato per un attore comico per le pose e proclami sprezzanti. Tanto che un documentarista (Frank Matano) lo porta in televisione e poi in viaggio per l’Italia, tra candid camera e social, per verificare la possibilità di un ritorno nell’agone politico, sfruttando l’odierno populismo. «Torno dopo 80 anni e ritrovo un popolo di analfabeti» la battuta cult. Stefania Rocca è la scaltra produttrice tv che cavalca il nuovo fenomeno mediatico.
In sala la commedia corale “C'est la vie” dei francesi Eric Toledano e Olivier Nakache, autori del fortunato “Quasi amici”. Max (Jean-Pierre Bacri) è un esperto e richiesto wedding planner, alle prese stavolta col ricevimento, nel parco di un castello seicentesco, di due sposini pretenziosi. Tra negligenze, incompetenze, improvvisazioni e sfortune varie la festa di matrimonio precipita irresistibilmente nel caos.
Per i piccoli il cartone ucraino “L'incantesimo del drago”: il coraggioso Nicky, figlio di un leggendario cacciatore di draghi, decide di emulare il padre; alla fine dovrà salvare il mondo, con l’aiuto dell'aspirante mago Eddie e del selvaggio Rocky.
Si conclude (forse) la saga young adult “Maze Runner” col terzo capitolo “La rivelazione”, di Wes Ball: Kaya Scodelario guida il quartetto di giovani scappati dal mortale labirinto e ora in fuga in una landa colpita da eruzioni solari. Per gli amanti dell'horror arriva “Slumber: Il demone del sonno” , regia dell’esordiente Jonathan Hopkins: la razionale Alice (Maggie Q), specialista dei disturbi del sonno, è perseguitata dal trauma della misteriosa morte del fratellino sonnambulo. Un giorno arriva nel suo studio un'intera famiglia in cerca di aiuto.
©RIPRODUZIONE RISERVATA