Il killer di Livatino: quel giudice va beatificato

19 Aprile 2016

Domenico Pace, dal carcere di Sulmona, scrive a Papa Francesco per chiedere perdono per l’omicidio del magistrato

di MAURO TEDESCHINI

Questa è la storia di uno di noi, si potrebbe dire. Uno che vive a Sulmona, ma in una luogo e in una condiizione molto particolari. E' rinchiuso nel supercarcere, per scontare un ergastolo "ostativo", ovvero il tipo di condanna a vita che non ti dà speranza di uscire e ti vieta anche tutte le misure alternative al carcere, compresa quella semilibertà che può consentire al detenuto di riassaporare un assaggio di vita normale. La sua è una colpa enorme, di quelle che nei momenti di giustizialismo che tutti noi attraversiamo ti fanno pensare che uno così andrebbe rinchiuso per poi buttare via la chiave. Si chiama Domenico Pace, farà 50 anni a dicembre, metà della sua esistenza l'ha trascorsa dietro le sbarre di una prigione di massima sicurezza. Quando aveva 23 anni e faceva il pastore nella sua Sicilia, accettò di far parte del commando che si macchiò di un delitto terribile: ad essere ucciso fu Rosario Livatino, un magistrato di appena 38 anni che prestava servizio presso il tribunale di Agrigento, dove si recava ogni mattina partendo dalla sua Canicattì, la cittadina nella quale viveva con gli anziani genitori. Aordinare l'esecuzione del "giudice ragazzino", sei colpi l'ultimo dei quali sparato in bocca a bruciapelo, furono i vertici della Stidda, un'ala scissionista di Cosa Nostra. Era il 21 settembre del 1990: Pace fu arrestato poco dopo e condannato all'ergastolo con un altro sicario, Paolo Amico. Stessa sorte toccò più tardi ad altri esecutori materiali e ai mandanti. Pace non si è mai tecnicamente pentito, ma recentemente ha fatto un gesto che fa riflettere: ha scritto una lettera al papa e alla Fondazione Livatino per invocare il perdono e chiedere di poter contribuire alla beatificazione di Livatino. Sì, perché per il giovane magistrato di Canicattì che cambatteva la mafia si è aperta una procedura di beatificazione, sorretta anche da un presunto miracolo consistito nella guarigione di una donna ritenuta malata terminale e tornata in buona salute dopo avere sognato Livatino. Pace non chiede nulla per sé, né potrebbe farlo: il suo destino è di morire in carcere. La storia, terribile, l'ha raccontata bene Angela Trentini, una giornalista della sede Rai dell'Abruzzo, che da anni si occupa della condizione dei detenuti, in particolare nel supercarcere di Sulmona. Pace sostiene di riuscire a tirare avanti grazie alla fede, anche perché sente vicino il giovane magistrato che uccise. Poco prima di morire, nel giugno del 2003, la madre di Livatino disse di avere perdonato chi le aveva strappato quell'unico figlio: «Anche se dentro di me ero spinta a non farlo, l'ho perdonato perché ho pensato a mio figlio e al Vangelo che teneva sopra la scrivania: Rosario avrebbe perdonato». Voi l'avreste fatto?