Il Leopardi di Minore «Un giovane favoloso e senza tetraggine»

12 Novembre 2014

Una biografia del poeta scritta dal critico letterario abruzzese «Ho seguito le tracce di una promessa di felicità tradita...»

di Federica D’Amato

Quando un libro, parlando della vita di un poeta, si fa poesia, allora ci troviamo di fronte a un'opera fuori dal tempo, a quel tipo di classico letterario che mai esaurirà le proprie risorse di significato.

E mai come in “Leopardi. L’infanzia, le città, gli amori” (Bompiani, 9 euro) di Renato Minore, questo delicato processo di mutua canonizzazione si fa luogo eletto dell’indimenticabile. La biografia che il critico letterario abruzzese dedicò, nel 1987, a Leopardi, viene riproposta in questi giorni dalla Bompiani in un’agile – e aggiornata - edizione tascabile, a conferma di quanto il lavoro di Minore abbia rappresentato negli anni un punto fermo di conoscenza, ma anche di approfondimento e di studio di quell’immenso prodigio che fu il poeta di Recanati. Partendo dalla favolosa “zona dell’infanzia”, dove Buccio – così veniva chiamato Giacomo in famiglia – e i fratelli Carlo e Paolina sperimentano la gioia “sospirosa e seria” del nido famigliare, Minore ci racconta del precoce genio di Leopardi, della tirannia psicologica e intellettuale del padre Monaldo, della clausura agghiacciante della madre Adelaide, e di quel tragico destino già segnato anzitempo.

E poi “l’amor di sogno”, i “fantasmi del dolore mentale”, e il desiderio fortissimo di trovarsi in mezzo alla vita, che portano Buccio fuori da Recanati, a Roma, Pisa, Bologna, Firenze e infine Napoli, tra le mille sofferenze di un corpo indocile e il bisogno bruciante “d’amore, amore, amore”.

Il racconto che Minore fa di questa vita “infelice, ma ricca di segrete fonti di energie” commuove per l’intensità del registro e la “dolorosa purezza” con la quale viene intesa la figura di un “poeta che, quale nessun altro, insegna come accogliere il dolore, come esserne sommersi, accettandolo pienamente per farne parte della propria vita”.

Ce ne parla nell’intervista che segue.

Chi è stato Giacomo Leopardi per Renato Minore?

«Se vuole, è stata l'esigenza, o l’ossessione, di raccontare ancora una volta “la storia di un'anima”, il cui pessimismo non nasce da immusonita tetraggine, ma da una zona festosa dell'infanzia e dell'immaginazione, poi accecata e travolta. Ho cercato di seguire le tracce di quel destino, di quella promessa di felicità tradita. Nei giorni dell’infanzia e dell’adolescenza, nell’incontro-scontro con Roma, nell’illusione impossibile di un amore, nelle settimane ultime della sua Napoli con “Pulcinella e baroni fottuti”. Tracce appunto, come quelle briciole che Pollicino disperde nel bosco e ci vuole occhio, fiuto, fortuna per seguire il percorso giusto nel labirinto che è stato tracciato. Il successo del film di Martone sulla vita di Giacomo Leopardi dimostra come l'interesse intorno al poeta di Recanati non sia mai sopito, anche da parte di un pubblico avvezzo a ben altri regimi culturali».

Quali crede siano le ragioni di questa fascinazione?

«Il giovane favoloso è uno struggente film sulla giovinezza, sullo scontro con i padri, sul bisogno di utopie. Sulla scoperta del mondo, di sé, dell’amore, del desiderio, dell’amicizia. Soprattutto è coinvolgente il tentativo di Giacomo di sottrarsi a qualsiasi prigione: la casa natale come la malattia, le idee del suo tempo come le prescrizioni dei medici. Giacomo si batte fino all’ultimo contro la certezza degli altri che il suo pessimismo derivi dalle sue gravi condizioni di salute e non dalle sue profonde riflessioni: è terribilmente solo, nonostante l’amicizia del bell’Antonio Ranieri. Solo, come sono spesso soli i ragazzi. In particolare quelli che non si lasciano guidare dal branco. Giacomo, con tutta la sua lucida malinconia, i suoi dubbi, la sua voglia di non illudersi, ci è sorprendentemente amico».

Qual era il volto che Giacomo vedeva guardandosi allo specchio?

«Sappiamo che il bambino, in braccio alla madre, davanti allo specchio reagisce dapprima all'immagine come se appartenesse a un altro reale. Quando incrocia lo sguardo della madre, l'immagine gli si rivela come sua. Se quest'altro sguardo non dicesse al bambino che l'immagine gli appartiene, egli continuerebbe a considerarla un oggetto esterno. Mi chiedo se davvero il piccolo Giacomo abbia incrociato quello sguardo nello specchio, quello sguardo ch’era così duro e impenetrabile. Non averla incrociata, gli ha creato la continua estraneità a se stesso, quel non riconoscersi nella sua realtà, l'incessante ricerca di un conforto, di un’immagine che davvero gli appartenesse?».

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