Il maestro Luigi Piovano: un pescarese sul podio del Mozarteum Orchestra

Violoncello solista da 26 anni dell’Orchestra Santa Cecilia di Roma Il musicista in ottobre dirigerà anche la Tosca al Bellini di Catania
PESCARA. Il 2022 è un anno ricco di impegni per il grande talento della musica abruzzese, Luigi Piovano. Un calendario fitto di concerti e impegni su e giù per l’Italia; a ottobre, dopo vari rinvii causa pandemia, la direzione di una grande opera come la Tosca al Bellini di Catania. Poi, l’appuntamento forse più prestigioso per il violoncellista pescarese, ovvero il debutto a Salisburgo sul podio dell’Orchestra del Mozarteum, il 24 marzo.
Maestro, per lei è un periodo intenso di lavoro, soprattutto in vista della “chiamata” a Salisburgo.
È vero, è un periodo intensissimo. Molti impegni erano già fissati da tempo, come questo di Salisburgo, per cui avevo firmato all’inizio del 2020, ma che poi è saltato a causa della pandemia. Le orchestre di quel livello si muovono almeno con tre anni di anticipo: sono stati rimandati sia il concerto in Austria, sia la “Tosca” a Catania, che recupererò in ottobre. Si può ben capire cosa è stato, per il mondo della musica e dei teatri, lo sconquasso del Covid, con i programmi già preventivati, i costumi e le scenografie già preparati, gli artisti in attesa di lavorare.
Lei è da 26 anni primo violoncello dell’Orchestra di Santa Cecilia, ma dirige dal 2000. Che differenza c’è tra questi due ruoli, tra il tenere in mano l’archetto e la bacchetta da direttore?
Siamo pochissimi a farlo: Rostropovich, ad esempio, era violoncellista e direttore. Quando suono da solista e dirigo anche l’orchestra è particolarmente difficile, perché sono girato di spalle e devo condurre l’orchestra a lungo senza vederla: mi giro verso di loro nelle parti in cui non è previsto il violoncello. Anche per l’orchestra è una cosa particolare, bisogna entrare in sintonia.
Il Maestro Riccardo Muti, in un’intervista al Corriere, ha detto che molti giovani maestri arrivano alla direzione senza fare studi lunghi e seri, basandosi solo sul gesto, spesso sulla gesticolazione. Lei che ne pensa?
Posso parlare per me: vengo da una famiglia di musicisti, mio padre Antonio era pianista e compositore, e ho avuto la possibilità di studiare fin da piccolo. A 11-12 anni, invece di leggere Topolino, analizzavo le partiture con mio padre. Il rispetto che ho per la musica è talmente alto che ritengo la preparazione la base della mia vita. Non si può andare impreparati di fronte all’orchestra. Lo dico perché sono anche un professore di orchestra e so cosa vuol dire avere davanti un grande direttore. Nei grandi artisti c’è un fattore X, chiamiamolo carisma o fascino, che crea qualcosa di diverso sul palco. Certo, i grandi direttori sono preceduti dalla loro fama, ma il 99% delle volte questa fama è confermata. Il gesticolare è un tratto personale, l’orchestra capisce se il direttore ha studiato bene la partitura, si riconosce chi è preparato e chi non lo è, al di là del gesto. Il gesto è il “linguaggio” con cui chi dirige “parla” all’orchestra.
Ha un modello tra i direttori d’orchestra del presente o del passato?
È difficile avere un modello solo, nei ventisei anni nell’Orchestra di Santa Cecilia ho visto passare i più grandi direttori e credo sia impossibile prendere tutta l’ispirazione da uno solo di loro. Molte volte ciò che mi ha entusiasmato è quello che mi hanno raccontato fuori dal palco. Direi che la mia ispirazione è un puzzle composto da quindici-venti direttori diversi.
L’Orchestra del Mozarteum ha un approccio moderno alla musica: un’interpretazione nuova delle musiche del classicismo viennese. Quale sarà il suo apporto alla loro musica?
Io dico sempre che la musica è condivisione. Dunque, da direttore di 52 anni di età, ho la mia esperienza e la mia maturità da portare a Salisburgo: ma sarebbe un errore fatale non condividere tutto con i musicisti. La musica, in fondo, è un linguaggio universale che mette insieme idee, armonie, colori per giungere all’interpretazione comune. Il direttore deve fiutare quello che l’orchestra sente. La sezione dei fiati è una sezione di solisti e molti di questi artisti propongono le proprie idee musicali, sempre legate alla partitura e alle indicazioni del compositore: suggeriscono colori, stati d’animo e queste indicazioni sono preziose. È lì che interviene il direttore, nel mettere insieme le sue e le loro ispirazioni.
L’opera è un tipo di produzione molto cara, tra scenografie, costumi. La musica classica è sufficientemente sostenuta in Italia?
No, lo posso dire a gran voce. L’Italia è sempre stata “padrona” del teatro d’opera, vantiamo i più grandi compositori, Donizetti, Bellini, Rossini e tutti gli altri. Anche mettere in scena la musica leggera costa molto, non sono i costi a fare la differenza. Bisogna iniziare a considerare la musica classica una vera risorsa sociale. Storicamente, e ancora oggi, la musica in tutto il mondo è scritta in italiano, si scrive ancora “pianissimo”, “adagio” in tutto il mondo. La musica fa parte della nostra storia. Da tanti anni stiamo vivendo della rendita che ci hanno lasciato gli avi, ma non stiamo curando l’anima nel modo giusto.
Come vede il futuro della musica colta?
Io credo che il futuro sia legato a chi lo crea, non importa cosa è stato fatto nel passato. Anzi, abbiamo un regresso dal quale possiamo imparare, anche dagli errori. Il futuro dobbiamo farlo noi, impegnandoci direttamente. Nel mio piccolo cerco di portare la musica nelle orchestre giovanili, negli spazi meno scontati, non solo nei grandi teatri e nelle sale concertistiche più famose.
La guerra devasta l’Ucraina e la polemica investe le musiche dei compositori russi, cancellate dai programmi, e gli stessi artisti che non possono esibirsi. Che ne pensa?
Io non confonderò mai il valore artistico di un musicista con una provenienza geografica. Per assurdo, dico, in questo momento allora non dovremmo mangiare l’insalata russa o andare sulle montagne russe, perché si chiamano così? Gli artisti russi, oggi, sono i primi a essere penalizzati da un comportamento che giudico folle, da scelte politiche che non dipendono da loro. Le scelte politiche dei governi non devono mai inficiare ciò che l’arte è capace di donare alle persone. L’arte è importante, come lo è la bellezza. L’Italia è bella e in ogni angolo di strada mostra le sue meraviglie. Noi abbiamo il dovere di preservare la bellezza, sempre.
Qual è il suo rapporto con l’Abruzzo?
Anche l’Abruzzo è pieno di bellezza, penso ad esempio alla Costa dei Trabocchi, meravigliosa. Per quanto riguarda i miei programmi, ho un concerto per la stagione concertistica della Riccitelli, a Teramo, il 29 aprile. E poi, un bellissimo progetto con l’Orchestra sinfonica abruzzese un po’ più avanti.
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