«Il mio teatrodanza contro l’assurdità del mondo diviso»

23 Agosto 2019

La regista abruzzese a Pescara con “L’Assedio” Sul palco dieci danzatori/attori da diversi Paesi 

PESCARA. Un progetto sperimentale e interculturale con al centro i temi della guerra e dell’oppressione. Andrà in scena domani alle ore 21 al Porto Turistico Marina di Pescara, nell’ambito di Estatica, l’anteprima di “L’Assedio/ The Siege”.
Lo spettacolo di teatrodanza è firmato dalla compagnia Arterie Teatro e ha il patrocinio del Teatro Stabile d’Abruzzo. Sul palco saliranno dieci danzatori/attori di diverse nazionalità, diretti dal coreografo libanese Bassam Abou Diab e dalla regista pescarese Monica Ciarcelluti. “L’Assedio” tornerà in scena il 12 ottobre in Lombardia, al Festival Caffeine – Incontri con la danza, e successivamente farà tappa allo Spazio Matta di Pescara.
Il Centro ha intervistato Monica Ciarcelluti alla vigilia dell’anteprima pescarese.
Un progetto sperimentale e interculturale. Come nasce “L’Assedio”?
Le menti artistiche che dirigono il progetto sono italiana e libanese. È un lavoro a quattro mani. La regia è la mia, sono supportata dal libanese Bassam Abou Diab, un coreografo molto conosciuto in Europa. La nostra collaborazione artistica è nata allo Spazio Matta, dove dirigo l’Atelier dedicato all’alta formazione nelle arti della scena. Lì è nata l’idea di creare uno spettacolo di teatrodanza dove focus oggetto di studio fossero i rituali. Abbiamo individuato un tema a cui questo lavoro poteva appoggiarsi: quello dell’oppressione.
In che modo è affrontato questo tema?
Siamo partiti da “Le troiane” di Sartre. Abbiamo poi lavorato con dei testi che in qualche modo affrontassero questa tematica. È uno spettacolo a cavallo tra teatro e danza. Abbiamo realizzato una riscrittura. C’è Brecht, c’è Camus, ma ci sono anche alcuni testi sulle oppressioni scritti proprio dai danzatori/attori dello spettacolo. Gli abbiamo chiesto cosa significasse per loro la mancanza di libertà, cosa fosse per loro l’oppressione. Ci interessava anche capire come l’oppressione si manifesta nelle diverse culture. Il danzatore rumeno ci ha parlato del comunismo in Romania, quello del Burkina Faso lega l’oppressione alle sue origini. Sono dieci i danzatori, in parte italiani, altri provenienti da Burkina Faso, Taiwan, Romania, Argentina.
Quanto ha influito nello spettacolo l’attualità?
Tanto. Perché l’oppressione è un tema che io e Bassam sentiamo molto vicino. Lui, libanese, l’ha vissuta. Io vivo in un presente di discriminazione. Ho potuto toccare con mano queste realtà da formatrice, attraverso il progetto Approdi, che ho condotto con i ragazzi degli Sprar locali. Si tratta di un progetto teatrale, che ha vinto il bando nazionale Forza X. Abbiamo lavorato molto sul tema dell’identità. Ho toccato con mano in prima persona cosa significa il loro vissuto.
Lo spettacolo apre spunti di riflessione anche sul rapporto Europa/Occidente ed Europa/Oriente…
L’attore del Burkina Faso, in un monologo, si rivolge a “voi che rubate il nostro oro e il nostro petrolio e che poi avete paura di noi, che per voi europei siamo lo straniero. Cercate le vostre ricchezze prosciugando le nostre”. Volevamo dare spunti di riflessione sull’attualità. Essere europeo per chi non è europeo è un privilegio. Ma poi che vuol dire nascere nella “parte giusta del mondo”? Essere fortunati cosa vuol dire? Avere la libertà di poter viaggiare? Avere il diritto alla salute? Essere africani in qualche modo è un marchio, una condanna. Che vuol dire essere europeo è la domanda, ma parliamo dell’europeo che sfrutta questi territori. La nostra è una provocazione anche geopolitica.
Lei è regista e attrice. Quando ha iniziato a muovere i primi passi in questo mondo?
Quando ero all’università. Poi ho iniziato a formarmi. Ho frequentato un’accademia di arte drammatica con il maestro russo Jurij Alschitz. Con lui ho partecipato a progetti teatrali europei tra Mosca e Berlino. Dal 2013 ho iniziato a dedicarmi alla regia teatrale con progetti importanti tra cui lo spettacolo “Maria Maddalena o della salvezza”, la riscrittura di “Chiedi alla polvere” di John Fante e “Viaggio a Cechoville - site specific”, che ricreava la città di Cechov in modo diverso a seconda del luogo.
Quali sono le differenze più sostanziali tra l’estero e l’Italia in ambito teatrale?
All’estero la categoria degli attori è incasellata giuridicamente, qui è uno stato indefinito di cose. Quando dici che ti occupi di teatro sembra che non lavori e non ti occupi di nulla. L’artista in generale in Italia non è tutelato. All’estero, soprattutto nell’Europa dell’Est, c’è invece una grande rispettabilità. L’attore viene visto come chi aiuta le persone a stare bene.
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