Il Monologo della buona madre al Florian Espace di Pescara

17 Maggio 2019

PESCARA. Torna a Pescara, dopo il successo riscosso con “Autodiffamazione”di Peter Handke nel maggio 2015, la compagnia italo-tedesca Barletti-Waas con un nuovo spettacolo sul tema della...

PESCARA. Torna a Pescara, dopo il successo riscosso con “Autodiffamazione”di Peter Handke nel maggio 2015, la compagnia italo-tedesca Barletti-Waas con un nuovo spettacolo sul tema della genitorialità, “Monologo della buona madre”. L’appuntamento è per oggi e domani (inizio senpre alle 21) alFlorian Espace di via Valle Roveto a Pescara. Il testo è di Lea Barletti, la regia di Lea Barletti e Werner Waas, in scena ci saranno i due autori-attori. Il sound design e le musiche originali sono di Luca Canciello. Il biglietto d’ingresso costa 10 euro (il ridotto, 8 euro, e il risotto speciale 7 euro, per scuole di teatro, danza e musica convenzionate).
“Monologo della buona madre”, si legge nelle note di presentazione dello spettacolo, «è anche una storia di vocazione, la storia di una vocazione artistica e del faticoso percorso intrapreso per trovarle un posto nel mondo, la storia di qualcuno che, attraverso e nonostante mille inciampi, dubbi e fallimenti, sente la necessità forte e reale di trovare una propria lingua, e per suo mezzo compiere un atto che dia nascita e forma, a suo modo, ad un mondo: un atto di creazione artistica. Un’utopia, piccola e concreta». “Monologo della buona madre” è, infine, si legge ancora nelle note di presentazione, «la storia di un corpo a corpo: un corpo a corpo di una donna e di un‘artista con se stessa ed il proprio corpo, appunto, con la propria coscienza, con il proprio ruolo di madre, con i figli, con l’immagine di sé, con il proprio essere artista, con i propri modelli dati, con le aspettative proprie e altrui, con la propria inadeguatezza, con la propria vocazione, con la propria fallibilità, con la propria creatività, con il tempo, con la vita, con la lingua, con l’amore».
“Monologo della buona madre” è uno spettacolo che comincia con un addio, un congedarsi dai modelli e dalle convenzioni del “dover essere” uguale e conforme alla maggior parte delle madri, delle mogli, delle figlie e delle attrici, un desiderio di sottrarsi a quel gioco per cui in teatro e nella vita bisogna recitare, fingere un ruolo dettato e imposto da altri sino a diventare altra e altre, sino a rinunciare alla propria identità. «Lea», concludono le note, «azzera qualsiasi sovrastruttura e convenzione teatrale, tutto è ridotto all’essenziale, al necessario. In scena c’è lei come persona, la sua vita con le aspirazioni e i sogni che si infrangono sulle fragilità e le incapacità del suo essere madre e attrice».
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