Il pianista Carusi: io, abruzzese in corsa per il “San Carlo”

18 Marzo 2015

CELANO. Una carriera fulminante da pianista, la vittoria del concorso a cattedra in conservatorio e poi, tra una miriade di premi conseguiti qua e là nel mondo, un’esperienza da spirito libero nel...

CELANO. Una carriera fulminante da pianista, la vittoria del concorso a cattedra in conservatorio e poi, tra una miriade di premi conseguiti qua e là nel mondo, un’esperienza da spirito libero nel giornalismo. Poi la politica e altro ancora, compresa una splendida famiglia allargata. Ora la possibilità di guidare il teatro San Carlo di Napoli. È un “man in business” Nazzareno Carusi, 46 anni, di Celano.

Cosa si prova a essere definito “uno dei più grandi pianisti viventi, appena 46enne, una personalità di rilievo internazionale” da un monumento della cultura musicale mondiale come Paolo Isotta?

«Si prova che papà, che amava lo studio serissimo, teneva tutti i suoi articoli e gli scritti da leggere e commentare insieme. E questo da quando ero bambino a quando se n’è andato un po’ più di tre anni fa. Non era un musicista, ma la sua enorme cultura generale, la sua consapevolezza e il suo amore per ciò che amavo io gli avevano fatto perfettamente capire quale gigante Isotta fosse. Oggi, in uno di quegli articoli, si parla anche di me. È uno stato d’animo che va dall’onde di un giudizio così bello all’erta per le tempeste sempre possibili in mare tanto aperto. Ma soprattutto, puoi comprendere il sentimento della mancanza infinita di papà».

Cosa c'è di vero nella possibilità che lei possa diventare soprintendente del Teatro San Carlo di Napoli?

«Solo il fatto che ho presentato la mia manifestazione d’interesse alla nomina, come prevedeva il bando».

Domani Carusi ha un concerto a Beverly Hills in trio con i Solisti del Teatro alla Scala. Poi avra un recital pianistico a Ravenna e, di nuovo in teatro a Ravenna, un concerto in quintetto con i più grandi "archi” d’Italia, dal violinista Domenico Nordio alle prime parti soliste sempre della Scala: il violista Danilo Rossi, il violoncellista Alfredo Persichilli e il contrabbassista Giuseppe Ettorre. Tra un concerto in giro per il mondo, l’insegnamento all’Accademia pianistica di Imola (che è la più premiata al mondo, per numero di concorsi internazionali vinti dai suoi allievi) e in Conservatorio, e infine il suo ruolo politico nel settore cultura di Forza Italia.

Come fa a conciliare tutto?

«Suonare e insegnare sono meraviglie che vanno a braccetto. Anzi, più insieme stanno e migliori sono. Non sono la stessa cosa, certo, ma sono arti che nulla hanno di meno l’una dell’altra; e poterle frequentare alternandole è una fortuna della quale ringrazio il Padreterno e i celanesi Santi Martiri. Quanto a Forza Italia, a un anarchico come me ha sempre garantito autonomia. Il mio primo gesto ufficiale, dopo la nomina da parte di Berlusconi, fu la proposta di Cristiano Chiarot, meraviglioso e capacissimo gentiluomo però non di centrodestra, alla soprintendenza della Scala. Naturalmente, senz’altro merito che la sua strepitosa bravura. Detto, fatto. Più libero di così…»

E con l’eventuale nomina al San Carlo?

«Quanto alla musica, più la si vive – in tutte le sue molteplici forme – meglio si suona. Per quel che attiene invece alla politica, nel momento in cui ho presentato la manifestazione d’interesse per la soprintendenza ho chiesto a Edoardo Sylos Labini, responsabile del dipartimento cultura di Forza Italia, d’essere messo in sonno quanto al mio incarico. E se mai venissi nominato, non solo al San Carlo ma a qualsiasi responsabilità artistica pubblica, è mia convinzione profonda la necessità di presentare immediate dimissioni anche dal partito».

Ha un grande merito, quello di aver lavorato per avvicinare la musica classica ai giovani e di aver collaborato con musicisti pop con una disinvoltura artistica sorprendente. È questa la chiave per conciliare i vari generi musicali?

«La chiave è suonare bene. Se lo fai, la bellezza arriva al pubblico da qualsiasi parte si generi. Sempre. Poi, a proposito di Paolo Isotta, proprio lui l’anno scorso ha scritto nel suo libro di memorie “La virtù dell’elefante” che i Beatles sono piccoli Schubert».

Cosa porta dell'Abruzzo e di Celano in particolare nella sua variegata attività artistica?

«Tutto. L’aria, la gente, il profumo, la memoria, la voglia di tornare ogni volta possibile. E la gratitudine d’essere figlio amato d’una terra dalla schiatta nobilissima».

Lei è considerato un musicista poco allineato ai clichés e non le manda a dire. Questa sua libertà di pensiero non potrebbe ostacolarla nella possibilità di svolgere un ruolo da “burocrate”?

«Prendendo spunto da quella roccia di donna, di mamma e d’intelletto che è la grande abruzzese Angela Maria Gidaro, chietina da quando era bambina e oggi direttrice artistica dell’Accademia di Imola, una pagina di Verdi è più grande sintesi di qualsiasi mossa o strategia manageriale. E Alessandro Scarlatti è più alto e arduo di qualsiasi controllo di gestione e di bilancio. Il resto sono numeri da gestire senza imbrogli. Punto».

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