Il ragazzo con lo zaino arancione nell’inferno dell’Heysel «I primi assalti contro gli abruzzesi»

29 Maggio 2017

Un superstite racconta in un libro la strage di 32 anni fa allo stadio di Bruxelles «I tifosi del Liverpool iniziarono a lanciare pietre verso lo Juventus club di Pescara»

«Vivo questi giorni sempre con molta angoscia, soprattutto da quando è saltata fuori quella foto, ma sto cominciando a capire che devo imparare a gestire il mio dolore”. 32 anni dopo l’Heysel, Torino dedica una piazza alle 39 vittime juventine (due abruzzesi: Rocco Acerra e Nino Cerullo di Francavilla al Mare) e in prima pagina Tuttosport pubblica la foto-simbolo di una delle «più tristi tragedie della storia del calcio e dello sport in generale». In piedi tra tanti cadaveri e tanti feriti un ragazzo con uno zaino arancione in mano e lo sguardo perso. Il ragazzo era Alberto Tufano, ieri tifoso e oggi giornalista. Aveva 16 anni ed una grande passione per la Juve. «Arrivato da solo a Bruxelles. In pochi secondi dal giorno più bello della vita a quello che poteva essere l’ultimo».
Quella foto Tufano l’ha vista per la prima volta tanti anni dopo, nel 2012, quando i giornali di tutto il mondo l’hanno pubblicata più volte. E questo gli ha fatto «rompere il ghiaccio e decidere di raccontare». Insieme al collega Francesco Ceniti della Gazzetta dello Sport , ha ricordato l’orrore di quella esperienza nel libro “Il ragazzo con lo zaino arancione. Io, sopravvissuto all’Heysel, 29 maggio 1985”. Pubblicato dal quotidiano sportivo milanese in occasione del 30° anniversario della tragedia nello stadio di Bruxelles.
Dentro l’inferno dell’Heysel, i tifosi juventini furono letteralmente schiacciati da quelli del Liverpool, prima dell’inizio della finale di Coppa dei Campioni ,l’attuale Champions League, che quest’anno vede i bianconeri di nuovo in corsa per la conquista del titolo. Il 3 giugno a Cardiff incontreranno il Real Madrid.19 anni dopo la squadra di Allegri vuole riscattare la sconfitta di Amsterdam ,decisa da una rete che fa ancora discutere.
Torneremo con la Coppa. Rivediamole quelle tragiche ore nello stadio della follia, rileggendo il drammatico racconto di Tufano. Tanti lutti. 39 morti. Erano stati più di seicento i tifosi juventini che dall’Abruzzo avevano seguito la squadra del cuore a Bruxelles. Rocco Acerra e Nino Cerullo erano partiti da Francavilla al Mare sicuri della vittoria bianconera: «Torneremo con la Coppa». Tornarono purtroppo in due bare. Non ci fu nessuna pietà per i morti. Corpi straziati dalle autopsie e non ricomposti. Tutto l’Abruzzo fu vicino al dolore delle famiglie e della comunità francavillese. Ai funerali parteciparono più di trentamila persone.
La notte dei barbari. Tra i primi ad essere stati presi di mira dai tifosi inglesi nella “notte dei barbari dell’Heysel” furono proprio gli abruzzesi, come ricorda Tufano. «Noto uno Juventus Club, in particolare, lo Juventus Club Pescara, che viene investito dal lancio di bottiglie. Alcuni signori si toccano la testa, forse sono stati colpiti e si voltano a protestare verso gli inglesi responsabili del gesto. Per tutta risposta ricevono il lancio di altri oggetti: mi sembrano sassi, oppure pezzi di intonaco dello stadio che sono stati staccati per essere usati come pietre».
Misure inesistenti. Misure di sicurezza praticamente inesistenti, come testimonia Tufano nel raccontare l’aggressione subita dai tifosi dal club juventino di Pescara. «Vedo gesti di rabbia anche tra i signori colpiti nel nostro settore e, istintivamente, mi alzo in piedi per capire meglio cosa sta succedendo. Sembra una piccola schermaglia tra un paio di tifosi inglesi e i signori dello Juventus Club Pescara colpiti dalle bottiglie, ma c’è comunque una piccola rete da pollaio che li divide. Poliziotti non ne vedo, anzi ne conto 6 in tutta la curva, tra settori X e Y degli inglesi e il settore Z occupato da noi. Certo, sulla pista di atletica, nei pressi della nostra curva, ci sono anche due poliziotti a cavallo, quindi il totale dei poliziotti presenti è di 8. Sta di fatto che nessuno di essi muove un dito per sedare sul nascere quel piccolo diverbio tra tifosi vicini di settore. Il lancio di oggetti, anzi, si infittisce di più».
Un tuono scuote lo stadio. La situazione improvvisamente si fa esplosiva. «Un boato, un tuono che scuote lo stadio. Cosa è stato? Cosa sta succedendo? Cos’è questo improvviso fragore? Sono in piedi, fermo, ma tutto intorno a me si muove. E’ un terremoto forse? Dove vanno tutti? In un attimo la curva dei tifosi del Liverpool non è più la stessa: gli inglesi, che prima erano tutti compressi nei loro settori, sembrano essersi mossi improvvisamente tutti insieme di circa cinque metri verso di noi.Vedo uno spazio vuoto, piuttosto ampio alla fine del loro settore X, quello più lontano,però non vedo più i signori dello Juventus Club Pescara che stavano discutendo con gli inglesi… Dove sono finiti?».
Sciacalli e speculatori. Ad Alberto Tufano chiediamo se dopo la pubblicazione del libro ha avuto la possibilità di entrare in contatto con qualcuno del club juventino pescarese. «Non ho fatto alcun passo. Ricordare e trascrivere quello che era inciso nei miei ricordi più tristi è già stato molto doloroso per me; non voglio indugiare troppo e rivivere ulteriormente quei momenti, anche per distinguermi dagli sciacalli e speculatori che hanno fatto dell'Heysel la ragione della loro vita, narrando imbarazzanti menzogne per ritagliarsi un ruolo nel mondo o monetizzare le loro apparizioni con dettagli sempre più clamorosi (ho in mente qualcuno, ma preferisco non approfondire l'argomento). No, caro Domenico, voglio trovare il modo per valorizzarmi come giornalista e uomo, andando oltre l'Heysel con i miei prossimi lavori».
Racconto dentro l’orrore. Grande onestà intellettuale. Ma ritorniamo al libro pubblicato due anni fa e che ha avuto un grande successo di vendite. Un racconto “da dentro l’orrore”. Sconvolgente. Scrive Ceniti: «Per come si svolge,il racconto di Alberto sembra quasi romanzo,sceneggiato e pensato in ogni punto. Non è un romanzo: è tutto tragicamente vero».
Su facebook Tufano commentò: «Io e Francesco abbiamo scelto di narrare i fatti come se io avessi ancora i 16 anni che avevo all'epoca, per far vivere al lettore l'atmosfera e il dramma, momento per momento. Onore a 39 vittime innocenti, martiri senza bandiera di un calcio sbagliato». L’assalto degli “animals” al settore Z, ha trasformato la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool in un campo di battaglia. Alcool, furia, follia. Un’orda di ubriachi all’assalto e nessuno ha fermato il massacro. «Ma quanti saranno? Devo cercare di scivolare verso il basso. E quelli cosa sono? Perché tutti quei corpi a terra? Sono morti o svenuti? Morti, sembrano morti, porca puttana! SONO MORTI! Le urla mi stanno entrando nel cervello».
Tifosi allo sbaraglio. Alberto Tufano per quasi trenta anni quelle urla e quelle immagini di furia e di terrore le ha tenute per sé, intimo ricordo di un dramma mai dimenticato. Tifosi mandati allo sbaraglio in una partita organizzata senza alcuna tutela degli spettatori. «L’Uefa ,le autorità locali, la gendarmeria belga e il personale medico: ci sono tanti colpevoli, ognuno ha contribuito primo e dopo a quella che non è stata una drammatica fatalità», afferma Ceniti. E sottolinea con amarezza che «soltanto nel 1991 i coraggiosi familiari delle vittime, con l’associazione voluta da Otello Lorentini, papà di Roberto (al quale il libro è dedicato: è morto nel tentativo di salvare un bambino), sono riusciti a ottenere la condanna dell’Uefa per omessa prevenzione e delle autorità locali ritenute responsabili del sangue versato in Belgio».
Il ricordo di Boniek. E poi Ceniti evidenzia che molto è cambiato dal 1985. «Oggi sarebbe impensabile organizzare un evento come la finale di Champions con la stessa faciloneria di 30 anni fa. L’Uefa e il Paese che ospita la partita più importante della stagione per i club, lavorano 12 mesi per curare ogni dettaglio. E la sicurezza è al primo punto. C’è voluto l’Heysel, purtroppo».
E Boniek nel rievocare nel libro di Ceniti e Tufano le sensazioni vissute quella sera,afferma: «C’era una mentalità sbagliata e tutti facevano finta di nulla. Se la tragedia non fosse accaduta a Bruxelles, sarebbe stata solo questione di tempo. Poco tempo. L’uomo è fatto così:”solo dopo avere toccato con mano il sangue apre gli occhi e rimedia agli errori”».
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