Il segreto di Grazia nell’ultimo romanzo di Giulia Alberico

13 Novembre 2017

Pubblichiamo il primo capitolo del nuovo lavoro che la scrittrice ambienta nel suo Abruzzo

È da poche settimane in libreria “Grazia” (Società Editrice Milanese, pp. 223 €17), nuovo romanzo di Giulia Alberico. Sono 31 i capitoli in cui la scrittrice abruzzese scandisce i tempi della narrazione del libro, ognuno preceduto da una data precisa. Il primo capitolo, di cui pubblichiamo uno stralcio, fissa quella del 22 aprile: Grazia – donna bellissima, piena di fascino e di sofisticata eleganza anche da anziana – è morta. Sua figlia Teresa, che da anni vive a Roma, deve dunque tornare nell’Abruzzo che l’ha vista nascere, tornare indietro nel cono dei ricordi e nella storia di famiglia, e nel suo cammino a ritroso le verrà incontro una nuova verità.
Già dalle scale un lieve sentore di Mitsouko parlava di Grazia. Era stato sempre il suo profumo, per decenni, e in paese chiunque poteva sapere se era appena passata in banca o all’ufficio postale, nella cappellina di San Sebastiano o in tintoria, perché la fragranza aleggiava nell’aria per diversi minuti dopo che lei se n’era andata.
Le kenzie, sull’ampio pianerottolo, facevano tanto casa gattopardesca. Affiancavano un piccolo divano Thonet a due posti che permetteva di fare una breve sosta dopo la rampa di scale, prima di entrare nell’appartamento da dove – porta d’ingresso aperta – giungevano un brusio indistinto e un tramestio di passi, segno di presenze numerose, tutte a condolersi per la morte di donna Grazia.
L’ingresso dava su uno spazioso saloncino con pavimento a ottagoni rosso e crema. Alla sua sinistra si snodava un breve corridoio che portava alle stanze di servizio: una cucina, un bagno e un tinello, oltre alla stanzetta per Vesna; attraverso un arco – poi – si accedeva a un altro corridoio, più lungo, su cui si affacciavano un salotto comunicante con una sala da pranzo, uno studio, quattro camere da letto. Di queste solo una, preceduta da uno spogliatoio, aveva la porta spalancata. Era una stanza molto grande, con un balcone che dava a levante. I mobili in stile Chippendale tirati a lucido; sulla pettiniera, spazzole, portaprofumi, scatole, tutte in argento col monogramma inciso. Sul comò, dei portaritratti e un portafiori di cristallo. Sui comodini di fianco al letto, pile di riviste femminili, una piantina di violetta africana, un portaoggetti di tartaruga.
Erette, accanto alla bara, le sorelle Santacroce della premiata merceria Santacroce, gemelle, amiche di Grazia dai tempi della scuola elementare, magrissime, con identici profili d’uccello, perle al collo, borsette al braccio. Attonita e silente, in un angolo sedeva la signora Lotti, presidentessa delle Dame di San Vincenzo, sprofondata in una poltroncina che la conteneva a stento.
Il dottor Lotti, in piedi, accanto alla moglie, in abito grigio e loden, girava tra le dita la tesa di un Borsalino. Sulle scomode sedie Direttorio della sala da pranzo sedeva la rappresentanza delle famiglie dei vicini: gli Olivares, i Basti, i De Piero. Parlavano tutti a voce bassa, come fossero in chiesa, raccolti intorno al lucido tavolo di noce e al suo vaso di Murano colmo di piume di pavone, scuotevano leggermente la testa, sospiravano.
Teresa stava lì, sul pianerottolo, tra le kenzie, da più di un’ora. Salutava i paesani, ringraziava, indicava il salotto e talvolta entrava in casa, percorreva il lungo corridoio e ac- compagnava il visitatore di turno nella stanza da letto di Grazia, dove il suo corpo giaceva, vestito in shantung blu notte. Il viso disteso e bello, le caviglie sottili. I capelli candidi e folti lasciavano scoperta la fronte e, agli sguardi più attenti, la tenue traccia di una vecchia cicatrice su una tempia.
Teresa la scorse e avvampò, ebbe una specie di vertigine e si afferrò al braccio di Cesare. Lui la sorresse e la strinse forte a sé, colpito dall’emozione violenta che aveva scosso sua moglie alla vista del corpo di Grazia. In realtà, era stata quella cicatrice a turbarla in modo terribile. Era il ricordo, affiorato di colpo, di un episodio che Teresa credeva di avere cancellato. E invece, era riemerso potentemente.
Ricordò tutto in un lampo. È una sera di giugno, Teresa è in piedi sul tavolo, non deve avere più di cinque-sei anni. Il tavolo è ingombro di stoffe, puntaspilli, gessetti. La madre le sta facendo indossare dei vestiti estivi dell’anno precedente e la sartina prende le misure per allungare gli orli degli abiti che le stanno ancora bene, ma sono diventati troppo corti.
Su una sedia ci sono diversi capi di sua madre, già provati e pieni di spillini per segnare i punti dove stringere, allargare, accorciare, allungare. Ora tocca a lei. Non ha voglia di fare quelle prove, ha fame, è stanca perché ha dovuto fare esercizi al pianoforte per l’intero pomeriggio. È tutto il giorno che sua madre ha la voce distante, lo sguardo assente, ed è più severa del solito.
Il padre manca da giorni, partito per una fiera. Quando il padre non c’è a Teresa non piace restare sola con lei, sente che diventa nervosa, forse voleva andare con lui ma è dovuta rimanere perché c’è sua figlia che non può lasciare.
Nonna Flora è morta da poco e, ripete Grazia con un sospiro, non hanno in casa una mademoiselle come Pauline. A Teresa sono caduti i denti davanti e si vergogna del suo aspetto, il buco nero che si allarga dentro il suo sorriso la umilia e così evita di sorridere e pure di parlare. Sa che i denti ricresceranno ma non sa quanto tempo ci vorrà. La madre le ha infilato un abito a pois bianco e rosso. Lo sente corto, stretto in vita, le maniche strizzano troppo le braccia. Grazia e la sarta parlano tra loro e, intanto, girano Teresa sul tavolo come fosse una bambola. Dopo il vestito rosso e bianco gliene fanno indossare uno di organza celeste, tutto a balze. Questo lo sente meno stretto. La sarta infila gli spilli nei punti da adattare. La madre le toglie l’abito e uno spillo le graffia il viso.