«Il Sud sottomesso al Nord quel genocidio di 150 anni fa»

1 Giugno 2016

Il giornalista Pino Aprile racconta nel nuovo libro “Carnefici” la sua versione dell’Unità d’Italia: del censimento del 1861 emergono 405mila desaparecidos

Pino Aprile, giornalista, già vicedirettore di Oggi, e pugliese d’origine, ritorna ad un tema già affrontato in precedenza, quello del conflitto tra Nord e Sud, con il suo nuovo libro “Carnefici” (19,50 euro, Piemme); ritorna all’ultima pagina di “Terroni” in cui aveva spiegato ai lettori come centocinquant’anni non fossero stati sufficienti a risolvere il problema di un divario tra regioni del Nord e del Sud Italia. Ne parla lui stesso in questo articolo scritto per il Centro.

di PINO APRILE

Uso la parola “genocidio”, per indicare la dimensione del massacro che fu compiuto al Sud dalle truppe sabaude, per unificare l'Italia (ma in Parlamento, nel 1866, il capo del governo disse: «Per allargare il Piemonte»). E al mio libro ho dato il titolo “Carnefici”. Esagero?

Nel 1863, Giovanni Manna, ministro per l'Agricoltura, l'Industria e il Commercio, da cui dipendeva la Direzione nazionale di statistica, nel rapporto ufficiale sui risultati del censimento del 1861, scrive al re (riassumo): nelle province conquistate, la popolazione cresceva, sino al 1860, di tot all'anno; quindi, nel 1861, avremmo dovuto trovare x abitanti, invece ne abbiamo contati solo y. La differenza è dovuta (e qui sono parole sue) alle “gravi circostanze occorse durante il grande atto del nostro rinnovamento”. E quali sarebbero le “gravi circostanze”? “La guerra, cioè”. E qual è la differenza in meno, a causa della guerra? 458mila persone. In poco più di un anno!

Poi, i padri della statistica italiana, Pietro Maestri e Cesare Correnti scoprono che in un solo anno, per la reazione armata dei meridionali, spacciata per “Brigantaggio”, nel Sud la popolazione smette di crescere e cala di 120mila persone. E, nel 1867, scoprirà due anni fa la Svimez, gli abitanti del Sud, invece di aumentare, diminuiscono di nuovo.

Dai risultati del censimento del 1861, emergono 405mila desaparecidos e diranno che si tratta di emigrati “perduti”, perché all'estero da troppi anni. Ma 105mila erano meridionali e non esisteva emigrazione, dal Sud: apparve circa vent'anni dopo l'Unità, per la miseria che ne derivò. E quei 105mila erano tutti maschi: combattenti e morti?

Alcuni anni dopo ecco altri 110mila desaparecidos: tutti giovani, maschi, renitenti alla leva: “morti”?, ipotizza, fra l'altro, l'estensore della statistica.

E poi stragi di civili, interi paesi rasi al suolo, la popolazione fucilata, bruciata viva (lo denunciò già Antonio Gramsci), donne stuprate (per “saziare la libidine” dei soldati, scrisse Vincenzo Padula, prete, intellettuale cosentino, unitarista antiborbonico); in tutta Italia si stese un immenso arcipelago Gulag, con 60-80mila soldati borbonici rinchiusi in campi di concentramento; decine di migliaia di deportati, senza accusa, processo e condanna, grazie all'immonda legge dell'aquilano Giuseppe Pica, che rese legali violenze e abusi già sistematicamente compiuti dalle truppe sabaude; centinaia di migliaia di incarcerati all'anno per poche ore (il tempo, spesso, di pagare un riscatto) o anni, in condizioni che portarono la mortalità fra i detenuti al 20 per cento. Da rapporti dell'amministrazione carceraria e dibattiti parlamentari si apprende (relazione del di Rudinì) che ancora nel 1871 si imprigionarono quasi 400mila persone. Quanto a cosa divenne la vita quotidiana, esplosa in conflitti fra sabaudi e “briganti”, possidenti pro-Savoia e no, usurpatori di terre demaniali e contadini impoveriti, riporto, a mo' di esempio, la sequela di assassini in una zona limitata dell'Abruzzo, traendoli dagli studi del dottor Romano Canosa.

In quegli anni, non solo l'Italia, l'Europa e il mondo cambiavano. E con stragi immani, dagli Stati Uniti al Giappone. Solo che altrove lo si racconta a scuola e lo si studia, da noi lo si nega: la Biblioteca-Centro studi sul genocidio della Vandea, compiuto dai rivoluzionari francesi, è pubblica, grandissima e ha prodotto sinora 150 volumi.

Le idee e le imprese del tempo furono affare di caste e di poco popolo, travolto, non coinvolto, partecipe e protagonista quasi solo nella ribellione, nel tentativo di non essere schiacciato. Per fare una sintesi di sentimenti e interessi che sconvolsero quegli anni e mutarono il futuro, ricorro alla vicenda romanzata da Giovanni Presutti in “Il brigante Primiano”, ovvero Fabriano Marcucci, uomo di fiducia e poi nemico di una potente famiglia di Campo di Giove, i Ricciardi, che «presero parte alle cospirazioni e a tutti i moti rivoluzionari che avvennero in Italia centrale (...). Furono amici di Mazzini, Garibaldi, Pepe, Settembrini e Spaventa. Quest’ultimo era cugino dei Ricciardi, insieme presero parte ai moti del 1848 e dovettero fuggire in esilio. Giuseppe Ricciardi fu garibaldino e combatté col grado di sottotenente a Mentana. Tommaso fu colonnello della Guardia nazionale e Vincenzo fu maggiore. Un loro antenato, Nicola, istituì in paese la Guardia Civica e ne divenne il capo. Carica che assunse il carattere di diritto dinastico”. Nel 1859 Garibaldi ricevette da Tommaso Ricciardi una ingente somma di ducati d’oro, che ricambiò donando una bandiera in cui era raffigurato e che poi verrà regalata a Bettino Craxi. Dopo l’unificazione, il governo voleva restituire quell'oro ai Ricciardi, che rifiutarono: «I Ricciardi donano alla patria, non prestano».

La rivoluzione industriale comportava un colossale trasferimento di risorse dal basso verso l'alto e dal Sud (che, ferocemente impoverito, scoprì l'emigrazione: dall'Abruzzo andò via quasi metà della popolazione) verso Nord.

I documenti, di fonte governativa, statale, ministeriale, che riporto in “Carnefici” mostrano che la violenza necessaria ad affermare il nuovo corso fece (come altrove nel mondo) centinaia di migliaia di vittime al Sud, come il genocidio degli armeni in Turchia.

“È un genocidio? È una deportazione? È una tragedia? È uno sterminio, è uno sterminio di massa? È un massacro? È un macello?”, chiedeva Hrant Dink, giornalista e scrittore turco-armeno ucciso per aver chiesto che il suo Paese riconoscesse la strage. Ed Etyen Mahçupyan, scrittore armeno, disse ai musulmani: “Dategli voi un nome!”. Ecco, con “Carnefici” non chiedo niente di più. Ma siate onesti. Almeno con le parole.

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