Il Teatro dei Colori propone “Uscita di sicurezza” di Silone E domani c’è Giobbe Covatta

PESCINA. Entra nel vivo, a Pescina, la XXVIª edizione del Premio Internazionale Ignazio Silone, che fino al 22 agosto raccoglierà nel suo vitalissimo Parco Letterario IS studiosi e appassionati della...
PESCINA. Entra nel vivo, a Pescina, la XXVIª edizione del Premio Internazionale Ignazio Silone, che fino al 22 agosto raccoglierà nel suo vitalissimo Parco Letterario IS studiosi e appassionati della cultura siloniana.
Oggi, nel Chiostro del Teatro San Francesco, il Teatro dei Colori andrà in scena con una intensa riduzione teatrale, a ingresso libero, tratta dal libro di Silone Uscita di sicurezza. Domani, invece, la chiusura in Piazza Duomo con lo spettacolo di e con Giobbe Covatta dal titolo La Divina commediola, in cui l’attore e commediografo ambasciatore dell’Amref e testimonial di Save the children per il Terzo mondo reinterpreta l’opera dantesca descrivendone non i peccatori, ma le loro vittime, i bambini, i più deboli e indifesi, che «non hanno cognizione dei loro diritti».
Uscita di sicurezza. La pena del ritorno... ripensare il progresso, lo spettacolo di stasera che va in scena in prima nazionale alle 21.30 per il progetto “Uomini e tempo. La storia, la scrittura, la memoria” del Teatro dei Colori, è diviso in episodi che si ispirano al celebre libro di memorie politiche e personali dello scrittore abruzzese. Il volume fu pubblicato nel 1965, in piena Guerra Fredda, tre anni prima del dirompente ’68, in un momento in cui Secondino Tranquilli, vero nome di Ignazio Silone, era già conosciuto e apprezzato nel mondo. Uscita di sicurezza fu il suo primo successo letterario italiano, prima negato per motivi politici e ideologici.
Il libro è un insieme di episodi, racconti, riflessioni, saggi. Silone vi ripercorre memorie d’infanzia intrise di osservazioni critiche e morali, dal dramma del terremoto e delle perdite familiari fino alle vicende legate all’appartenenza all’idea comunista e alla sofferta uscita dal partito. In questi salti discronici si addensano, come nella mente, sovrapposizioni e profondità, silenzi critici e dubbi esistenziali, strategie di fuga. Narrazioni che sono incise negli avvenimenti del Novecento, secolo delle ideologie, dei totalitarismi, degli eroismi, delle prigionie, dei dissensi, dei materialismi, dei razionalismi, delle guerre, degli olocausti.
La riduzione operata da Gabriele Ciaccia, anche regista e interprete, traduce la memoria siloniana in spettacolo, una memoria intima e allo stesso tempo universale, in cui le parole tracciano un percorso interiore, ma anche la forza della condanna, dell’invettiva, del coraggio, della scelta solitaria di rinunciare alle “sicurezze” per la nuova via della libertà.
«Che mi rimane della lunga e triste avventura? Una segreta affezione per alcuni uomini che vi ho conosciuti, e il gusto di cenere di una gioventù sciupata. La colpa iniziale fu certamente mia nel pretendere dalla azione politica qualcosa che essa non può dare. Anche la rivolta per impulso di libertà può dunque essere una trappola, mai peggiore però della rassegnazione. Ogni volta che ripenso a queste disgrazie a mente serena sento risalire dal fondo dell’anima l’amarezza di un’infelicità a cui forse m’era impossibile sfuggire». Con questa intima e toccante chiosa, Silone anticipa e analizza la tragedia dello stalinismo, senza toni di autocelebrazione. Emerge la sua forza interiore e l’unicità di una scrittura insieme appassionata, forte e libera da ogni legame e preclusioni ideologiche, religiose e politiche.
Lo spettacolo nasce da un complesso lavoro di sintesi e riscrittura dove rivivono personaggi della contrada, della politica, della storia del Novecento e soprattutto il suo combattimento interiore, alla ricerca di una vera umanità.