“Il teatro del buio” thriller a quattro mani per ragazzi coraggiosi

12 Dicembre 2014

Indagine rischiosissima per la 12enne Fiore e i suoi amici Presentazione domanI a Pescara con le due autrici abruzzesi

di ANGELA CAPOBIANCHI

«Fu così che ebbe inizio "l'esperienza", per dirla con le parole di mia madre. E devo ammettere che non esiste definizione migliore per ciò che avvenne da quel momento in poi. Certo, si potrebbe anche parlare di avventura o impresa per rappresentare gli eventi straordinari che stavano per irrompere nella mia vita. Il termine esperienza, però, esprime qualcosa di più. Qualcosa che può produrre effetti duraturi, portando la tua vita in una nuova direzione, ed è proprio quanto accadde a me».

E' con queste parole che la dodicenne di nome Fiore, protagonista de “Il teatro del buio", sintetizza e in qualche modo anticipa il senso degli accadimenti che la occuperanno, insieme ai suoi giovani amici, nel corso del romanzo. Un romanzo che per me è sicuramente stato avventura, impresa ed esperienza insieme. Avventura, in primo luogo. Eccitante ma anche rischiosa, come è logico. Non avevo mai scritto un romanzo a quattro mani – e questo mi frenava – ma l'idea di farlo con una vecchia amica (siamo state bambine insieme) è stata decisiva nel darmi la spinta emotiva e l'entusiasmo necessari a mettermi in gioco. Perché è così che è iniziata, proprio come uno di quei giochi che Rita ed io facevamo quando avevamo più o meno l'età della protagonista del romanzo, dando ciascuna il suo contributo con gli strumenti della propria fantasia e della propria indole.

In secondo luogo, non c'è dubbio che almeno per me sia stata un'autentica impresa. Scrivere un thriller per adulti è cosa completamente diversa dal concepirne uno pensando a un pubblico di ragazzi. Pur mantenendo l'impianto del giallo classico con i suoi elementi tipici – l'omicidio, l'indagine, la suspense e la scoperta del colpevole – grazie ai quali sono convinta e anzi spero che anche gli adulti possano divertirsi leggendo questo romanzo, occorreva necessariamente filtrare, omettere, addolcire. Usare, insomma, un tocco più delicato, attento e leggero. La necessità di adottare questa diversa modalità narrativa è stata per me la parte più complicata e faticosa. Però, alla fine, tutto si è risolto. Come, saranno i lettori a dirlo. Posso quindi concludere che sì, è stata una vera e propria esperienza, ed esattamente nell'accezione usata dalla ragazzina del libro: questo romanzo ha di sicuro arricchito il mio percorso professionale e lo ha portato – anche se nel breve spazio della storia di Fiore – in una nuova direzione. Con effetti duraturi, mi auguro.

©RIPRODUZIONE RISERVATA