“Il tempo qui”, gli scatti del viaggio in Abruzzo di Scheuermeier e Rohlfs

8 Maggio 2022

PESCARA. Passato e futuro coincidono nella mostra “Il tempo qui. Viaggio fotografico negli Abruzzi di Paul Scheuermeier e Gerhard Rohlfs 1923-1930’’ inaugurata ieri a Santo Stefano di Sessanio con...

PESCARA. Passato e futuro coincidono nella mostra “Il tempo qui. Viaggio fotografico negli Abruzzi di Paul Scheuermeier e Gerhard Rohlfs 1923-1930’’ inaugurata ieri a Santo Stefano di Sessanio con stampe fotografiche e installazioni tra i vicoli del borgo medievale, e una sezione di fotografie negli spazi dell’albergo diffuso Sextantio.
Fino a settembre gli splendidi scatti di Paul Scheuermeier (1888-1973), svizzero di Berna, e del suo sodale, il berlinese Gerhard Rohlfs (1892-1986) raccontano ai visitatori di quello che è considerato un modello di recupero e riqualificazione del patrimonio “minore” italiano – il borgo di Santo Stefano di Sessanio, perla del Parco nazionale del Gran Sasso –, il mondo contadino negli anni venti e trenta del Novecento, epoca del lungo viaggio dei due autori in Italia e dunque in Abruzzo. Fotografie conservate nell’Archivio della Fondazione Genti d’Abruzzo. La mostra, curata da Mariano Cipollini, è appunto allestita in collaborazione con il Museo delle Genti d'Abruzzo di Pescara e con il patrocinio dal Comune di Santo Stefano di Sessanio.
La ricerca etnografica si è basata sul recupero della memoria orale attraverso interviste agli abitanti del luogo, e sulle fonti iconografiche messe a disposizione dal Museo delle Genti. «Collaborazione che ha ispirato il progetto di recupero del borgo», come ricorda Daniele Kihlgren, fondatore di Sextantio. Scene di vita contadina, ritratti di donne impegnate in lavori domestici, oggetti in bell’ordine.Inquadrature che pur proponendo le sonorità pittoriche degli artisti abruzzesi della seconda metà dell’Ottocento, nota il curatore, si impreziosiscono di sfumature dai rimandi pittorici europei: nature morte fiamminghe, rarefatte atmosfere alla Vermeer, contadini che lavorano i campi alla maniera di J. François Millet, ritratti che restituiscono finanche le sperimentazioni visive del neonato cinema muto prefigurando, in alcuni scatti, temi narrativi cari alla cinematografia del ventennio successivo. «Con grande onestà intellettuale e uno sguardo colto e raffinato, queste foto trasportano in un tempo dove passato e futuro coincidono», annota Cipollini. «L’apparente facilità dei linguaggi utilizzati dai due fotografi non deve trarre in inganno», continua il critico. «Non siamo dinanzi a un esercizio di stile o di mero censimento etnografico. Qui lo scatto non è solo testimonianza apparente di un passato remoto, ma racconto presente per non dimenticare. Memoria futuribile di un’umanità impegnata ad affermare quella dignità che travalica gli effimeri confini regionali dello spazio e del tempo, riconoscendosi nello sforzo universale nell’essere uomini». «Negli scritti e nelle foto di Sheuermeier e Rohlfs», scrive Francesco Avolio, docente di linguistica italiana all’università dell’Aquila, «si coglie, accanto alla passione per quanto stavano facendo e al rigore del metodo di lavoro, la pressoché totale assenza di atteggiamenti di chiusura o di preconcetti nei confronti di individui, luoghi, pratiche o ambienti sociali: la lontananza da ogni etnocentrismo ne rivela anzi lo spessore umano e scientifico. Certo, alcune delle abitudini dell’Italia centro-meridionale, in particolare un ritmo di vita forse ai loro occhi oltre che lento, anche indolente, non potevano non essere notate e, a tratti, biasimate. Lo svizzero Scheuermeier, per esempio, dopo aver atteso per un giorno intero, a Capestrano, anche solo un «timido sostegno» del Comune nella ricerca di un informatore adatto, si è lasciato sfuggire: «il tempo qui non vale niente», frase che il curatore Cipollini ha poi trasformato nel titolo della mostra.