Il violoncellista Dindo: ogni autore che suono diventa il mio preferito

Il maestro in concerto con l’Orchestra sinfonica abruzzese all’Aquila («Qui seppi che sarei diventato padre») e ad Atri
L’AQUILA. «Torno con gioia a L’Aquila e sono felice di lavorare con l’Orchestra dell’Istituzione sinfonica abruzzese, cui sono molto legato. Proprio sul podio dell’Isa ho debuttato da direttore in un concerto sinfonico. Mancavo dal 2011 e sono molto soddisfatto del lavoro di questi giorni di prova». Enrico Dindo, sublime violoncellista, è tra i grandi del concertismo internazionale, vincitore 32enne nel 1997 del prestigioso Concorso Rostropovich a Parigi, fondatore e direttore de I Solisti di Pavia. Questo fine settimana il maestro torinese sarà al centro della 48ª stagione Isa: oggi ad Atri (Comunale, ore 21), domani a L’Aquila (Ridotto del teatro Antonellini, ore 18). Direttore e solista, Dindo eseguirà coi professori dell’Orchestra dell’Istituzione sinfonica abruzzese un programma di capolavori: Klid (Silent Woods) per violoncello e orchestra op.68 n.5 B.182 e Rondò in sol minore per violoncello e orchestra op.94 di Dvorák, Variazioni su un tema rococò per violoncello e orchestra op.33 di ‹ajkovskij, Sinfonia n.2 in re maggiore op.36 di Beethoven. «La prima parte è dedicata al violoncello con due brevi pezzi di Dvorák di raro ascolto», spiega il violoncellista. «Ho pensato che unirli alle Variazioni di ‹ajkovskij offrisse al pubblico la possibilità di godere di un momento molto equilibrato di musica slava e boema dedicata al violoncello. Nella seconda parte l’incredibile e celebre Seconda Sinfonia di Beethoven che tutti conoscono».
Maestro, da profani ci si chiede se vi sia difficoltà nel doppio ruolo di solista e direttore.
«Bisogna organizzare le cose nelle prove. Condivido con l’orchestra le idee che ho elaborato sulla partitura, così da poter suonare insieme senza necessità di seguire il gesto. È quanto si fa nella musica da camera, con formazioni più raccolte e senza direttore, semplicemente ci si ascolta, ci si sente reciprocamente e si suona insieme. Questo vale naturalmente pure per l’orchestra, ma non su tutto il repertorio. Però i pezzi che proponiamo ad Atri e L’Aquila si prestano e sono conosciuti. Quando sono solista occorre trovare una sintesi tra le proprie idee e quelle del direttore, invece quando riunisco i due ruoli è difficile che sia in disaccordo con me stesso (ride)».
Essere figli d’arte, come lo è lei, è uno sprone o un peso?
«Devo solo ringraziare i miei genitori che mi hanno avvicinato all’arte meravigliosa della musica. Mia madre mezzososprano, mio padre tenore, in casa ho respirato musica, è stato naturale avvicinarmi a questo mondo, iniziando lo studio del violoncello a 6 anni. Anche mio fratello e mia sorella sono musicisti, è una passione che ci accomuna tutti».
A parte gli autori in programma quali compositori ama?
«Difficile una risposta esaustiva. Ogni volta che affronto un autore mi sembra il mio preferito. Con Bach mi trovo a mio agio, mi trasporta in un mondo meraviglioso in cui ritrovo me stesso, affronto le Sonate di Brahms e mi pare di non poter suonare altro, suono Šostakóvi› e gioisco».
Oltre allo studio e ai concerti ha tempo per altre passioni?
«Purtroppo no. E del resto la musica è un’attività così totalizzante, è talmente un grande piacere suonare che non ho bisogno di altro. Semmai è un momento della vita in cui avverto come grande mancanza l’essermi perso gli anni di crescita di mio figlio Daniele, oggi ha 23 anni ed è percussionista. Mi sto attrezzando per stare più tempo con lui e nel rapporto di coppia. Sotto la pandemia si è alimentato in me il desiderio di tornare alla famiglia. A L’Aquila mi lega anche un motivo affettivo, la prima volta che venni qui ricevetti da mia moglie la telefonata che era in attesa. Dedicai il bis al figlio che doveva nascere».