In crisi di panico sui tacchi a spillo al festival letterario

27 Agosto 2017

«Pensò di stendersi subito, lì sul pavimento.  Qualcuno, presto o tardi, sarebbe venuto a cercarla» 

«Nacqui in una notte di fulmini e saette. Mia madre, appena mi vide…»
La donna scrisse meccanicamente sul foglio l’incipit che le veniva dettato, in una bella grafia ordinata e tonda che ricordava quella di un’alunna di prima media. Poi alzò la testa e si guardò intorno. Gli aspiranti scrittori erano già al lavoro, concentratissimi. Del resto il tempo era limitato: mezz’ora appena per mettere giù un racconto che avesse una trama, un senso, un’idea.
Ogni tanto qualcuno dei concorrenti sollevava gli occhi nella sua direzione, adorante e intimidito. D’altra parte, non era lei la Scrittrice con la maiuscola? La vincitrice della passata edizione del Premio? L’autrice venduta in oltre quindici Paesi, da mesi ai primi posti delle classifiche? La rivelazione dell’anno?
La Scrittrice spostò lo sguardo sulla giuria. Il Presidente – uno degli autori più famosi del momento – le fece l’occhiolino. Gli altri tre ammiccarono con aria complice. Lei ricambiò con un sorrisetto storto, poi tornò al foglio bianco davanti a sé. Che diavolo pretendeva da lei quella gente? Non era bastato estenuarla con interviste, fotografie, copie da autografare? Che volevano ancora? Ridicolizzarla, schiantarla, distruggerla, ecco cosa. Per invidia, invidia allo stato puro. Ma certo! Era per quello che l’avevano voluta cogliere di sorpresa, poco prima, con la proposta di un workshop di scrittura creativa.
Una sfida lanciata a bruciapelo, davanti alle telecamere, con un tale sorridente candore che lei non avrebbe mai potuto rifiutare. Del resto, se tanti poveri dilettanti si sentivano in grado di provarci, come avrebbe potuto – proprio lei! – dire di no? Come avrebbe potuto rispondere: «No, scusate, ma proprio non me la sento di scrivere un racconto in mezz’ora. Escluso. E sapete perché? Perché io non sono una vera scrittrice. Io sono una che le cose gliele scrive il marito, professore di lettere, quando torna a casa da scuola. Io sono una che ci mette la faccia e basta. Una faccia molto bella – modestia a parte – perché oggi come oggi l’occhio vuole sempre la sua parte, anche in letteratura. E io sono una che sfonda il video, l’ha detto anche il mio agente che queste cose le sa. Infatti in televisione mi chiamano continuamente, ormai, e giù migliaia di copie a ogni ospitata. Poi, a furia di leggere e rileggere quello che non ho mai scritto, qualcosina ho anche imparato. Qualche capitolo l’ho perfino buttato giù. Ma sempre seguendo le indicazioni di mio marito il professore, che poi me lo corregge e anzi lo riscrive. E ora, come faccio ora?»
Se non fosse stato per il trucco, che le si sarebbe sciolto sulla faccia aggiungendo danno a danno, avrebbe pianto. Erano già dieci minuti che fissava quel maledetto foglio bianco, senza scrivere una sola parola. Qualcuno, prima o poi, si sarebbe insospettito. Pensò che l’unica era di alzarsi, correre in bagno e chiamare suo marito che – somma disgrazia – quel giorno non aveva potuto accompagnarla. A lui qualcosa sarebbe venuto in mente di sicuro: una scemenza qualsiasi da attaccare a quello stupidissimo incipit, che lei potesse buttare giù in poche frasi a effetto, magari plagiate dal nuovo romanzo non ancora finito (dal marito).
Si alzò e senza guardare nessuno si diresse verso la toilette. Entrò, frugò nella borsa, tirò fuori il cellulare. Quando capì che era completamente scarico, si sentì morire. E fu allora che le venne la prima idea originale di tutta la sua vita. Sarebbe svenuta, ecco cosa avrebbe fatto. Si sarebbe messa fuori combattimento da sola, così che nessuno avrebbe più osato imporle un processo creativo per un bel pezzo. Pensò di stendersi subito, lì sul pavimento. Qualcuno, presto o tardi, sarebbe venuto a cercarla e l’avrebbe trovata lunga distesa su quelle mattonelle gelide, sotto il lavandino. Poi, però, decise che poteva fare di meglio. Un mancamento in pubblico, con caduta libera davanti al tavolo della giuria, sarebbe stato tutta un’altra cosa. Inspirò profondamente e uscì dal bagno.
Tutti gli sguardi si puntarono su di lei mentre avanzava lentamente, pallida e malcerta sui tacchi a spillo. Il Presidente aggrottò la fronte, perplesso. E, vedendola ondeggiare, scattò in piedi. Lei planò proprio davanti al tavolo e poi precipitò a terra, le gambe scomposte, la testa opportunamente rovesciata su un braccio. Dalle palpebre socchiuse le arrivò il bagliore di un flash. Qualcuno le prese la mano e le tastò il polso. Confusione, frasi concitate, strilletti lontani. Finalmente, la svenuta aprì gli occhi. Fissò stranita le facce intorno a lei, fece un sorrisetto debole e tenerissimo e – di getto – improvvisò: «Non è niente. È solo che… sono incinta!»
Un gaudioso mormorio si levò dalla platea. I flash scattarono a ripetizione. Qualcuno, amorevole, la sollevò con cautela. Per lei l’esperimento di scrittura creativa finiva lì, e finiva col botto. Aveva regalato a quel festival così monotono molto più di uno scipito e inutile raccontino. Aveva costruito un vero colpo di scena, emozionante e geniale, di cui i tabloid si sarebbero alimentati per il tempo a venire.
Il suo bambino, ovviamente, non avrebbe mai visto la luce. Cose che capitano. E, del resto, era solo un bluff. Tutto sua madre.
N.d.A. Questo racconto è opera della fantasia. Ogni riferimento a fatti o persone reali è pertanto del tutto casuale.