Isotta: che disastro la musica classica basta con i soliti noti

18 Aprile 2016

Il critico a Sulmona: fra quelli che salvo ci sono gli abruzzesi Nazzareno Carusi e Donato Renzetti

di Giuliano Di Tanna

«Che cosa c'è di più bello d'un'Opera che si chiude con un rogo? Il finale della Valchiria fa scender qualche lagrima anche al centesimo ascolto. ». Fra tanti trasgressivi farlocchi, Paolo Isotta è un eccentrico vero al quale piacciono i roghi operistici non meno del fuoco della polemica. Napoletano, 66 anni, Isotta è il principe dei critici musicali italiani nonché musicista in proprio, come gli piace ricordare ai distratti. Per anni prima firma del Corriere della Sera per la musica classica, Isotta è un intellettuale a tutto tondo che, prendendo spunto dalla suo campo di elezione, si esercita in quella che un tempo si chiamava critica della cultura. Ne sono testimonianza i suoi articoli ma anche libri come “La virtù dell’elefante”, uscito l’anno scorso da Marsilio, che è un po’ una summa del suo pensiero. Ricco di aneddoti, il volume è anche una sorta di censimento dei buoni e dei cattivi in campo musicale (ma non solo) dell’Italia dell’ultimo mezzo secolo. Fra i pochi buoni, secondo Isotta, c’è Nazzareno Carusi, il pianista di Celano che lo scrittore ha introdotto, ieri sera, in un Omaggio a Richter nel Teatro Caniglia di Sulmona (si legga l’articolo nel box qui a fianco). Del concertista abruzzese e di altro, Isotta parla, con il suo consueto gusto per il giudizio secco e politicamente scorretto, in questa intervista al Centro.

Come nasce la sua amicizia con Nazzareno Carusi e che cosa principalmente ammira in lui?

Nazzareno Carusi è uno dei più grandi pianisti viventi. E' un musicista completo e un ragazzo geniale, autenticamente abruzzese. Pratica a meraviglia il latino e il greco, appresi al liceo di Avezzano, e scrive molto bene. Da una conoscenza professionale è nata un'amicizia del cuore. Essere a Sulmona, la città del mio adorato Ovidio, per presentare il suo concerto, è per me una gioia. I particolari della mia amicizia con Nazzareno e la sua storia come la racconto io, in particolare modo il suo paese, Celano, si possono leggere nel mio ultimo libro, “Altri canti di Marte”, uscito a novembre.

Come giudica l'attuale scena della musica classica in Italia: pregi e virtù?

Si è molto, molto deteriorata. Se non esistessero alcuni grandi vecchi e alcuni giovani come Nazzareno, Francesco Libetta, Francesco Caramiello, pianisti, Domenico Nordio, violinista, e un po' meno giovani come Francesco Nicolosi e Vittorio Bresciani, pianisti (per tenerci all'Italia), sarebbe il caso di chiudere baracca e burattini. I migliori direttori d'orchestra, fra i giovani, sono un altro abruzzese, Donato Renzetti, sessanteseienne come me, e il baby Giuseppe Grazioli, milanese, poco più che cinquantenne…

Il pubblico è migliore, in generale, dei musicisti oppure è vero il contrario?

Il pubblico delle sale e dei teatri è pessimo - in generale. Mi aspetto molto dalle piccole città e da internet.

Quali sono i migliori concerti e spettacoli operistici a cui ha assistito quest'anno? E i peggiori?

A ottobre ho smesso di fare il critico musicale. Sono tornato un musicista. Basta coi Pappano, i Chailly, & C! Ho ascoltato a Catania in autunno una meravigliosa Quinta di Mahler diretta da Elio Boncompagni, che allora aveva solo ottantadue anni.

La critica musicale italiana esiste ancora e se sì a che cosa serve?

Al suo posto oggi esiste solo un istituto denominato Marchetta.

La musica popolare le piace? Ha delle preferenze in questo campo?

Oltre la canzone napoletana, i Beatles e gli Stones. Il compianto Bowie delude e Pino Daniele, venerato più della Madonna, mi sembra un mediocrissimo.

Se dovesse salvare un solo disco di classica o di musica popolare quale sarebbe?

L'incisione della Forza del destino di Verdi diretta nel 1942 da Gino Marinuzzi, il sommo direttore d'orchestra del Novecento. Le canzoni napoletane interpretate da Enrico Caruso.

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